Oggi il mondo celebra la Giornata internazionale della donna. In Iran, però, la ricorrenza è lo spunto per una riflessione complessa, stritolata tra quotidianità estoria. Dall’avvio delle ostilità tra Iran, Stati Uniti e Israele, scoppiate il 28 febbraio 2026, almeno 198 donne hanno perso la vita sul territorio iraniano. Il dato arriva direttamente dal portavoce del ministero della Salute di Teheran, Hossein Kermanpour, citato dal quotidiano israeliano Haaretz: il 13% dei feriti è di sesso femminile, oltre 2.000 persone sono ricoverate negli ospedali del Paese, e sono già stati eseguiti più di 625 interventi chirurgici. Le lesioni più frequenti? Traumi cranici, gravi ustioni, amputazioni e fratture.
Tra le vittime, i numeri più difficili da leggere riguardano i più piccoli: 552 minorenni feriti, 54 dei quali hanno meno di cinque anni. La vittima più giovane di tutte è una bambina di soli quattro mesi, rimasta ferita a Pol-e Dokhtar. La più anziana ha 94 anni, e viene da Saqqez.
Secondo i dati della Mezzaluna Rossa iraniana aggiornati al 3 marzo, le vittime totali del conflitto in Iran hanno già superato quota 787. La Human Rights Activists News Agency (HRANA) stima addirittura più di 1.000 morti, tra cui 168 bambini. Uno degli episodi più gravi risale proprio al 28 febbraio: un attacco ha colpito una scuola nella città meridionale di Minab, nella provincia di Hormozgan, uccidendo 165 persone, circa 150 delle quali erano studentesse e studenti. L’ONU ha definito quell’episodio una “grave violazione del diritto umanitario internazionale”.
C’è però un elemento che rende questa storia ancora più amara: il regime iraniano non ha mai brillato per la tutela delle donne. Ben prima delle bombe, la Repubblica Islamica le perseguitava, le arrestava, le frustava, le condannava a decenni di carcere. Come nel caso dell’avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, condannata a 38 anni di prigione e 148 frustate. Nel settembre 2022, la morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale perché il velo non era indossato correttamente, aveva scatenato una delle più grandi ondate di protesta nella storia della Repubblica Islamica. In piazza, e poi in tutto il mondo, risuonò un grido diventato simbolo globale: “Zan, Zendegi, Azadi” — Donna, Vita, Libertà. Oggi quelle stesse donne muoiono sotto i bombardamenti, ma il regime continua ad applicare le sue leggi e a usare la guerra come pretesto per inasprire la repressione.

Amnesty International ha lanciato un appello urgente il 3 marzo scorso, chiedendo a tutte le parti coinvolte di smettere di colpire civili e infrastrutture civili. L’organizzazione denuncia che le autorità iraniane hanno storicamente sfruttato i momenti di conflitto per intensificare torture, maltrattamenti ed esecuzioni extragiudiziali ai danni dei dissidenti. Il 28 febbraio Teheran ha anche oscurato internet, impedendo a milioni di persone di comunicare con i propri cari o di capire cosa stesse accadendo intorno a loro.
Le operazioni militari coinvolgono ormai più di dieci Paesi. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato che i civili non devono pagare il prezzo di azioni illegali e irresponsabili, aggiungendo che la posta in gioco, a questo punto, non potrebbe essere più alta.
Nell’8 marzo 2026, mentre molte donne nel mondo ricevono fiori, quelle iraniane vengono contate. Per lo più tra le vittime.



