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Home » Attualità » Acca Larentia, dagli anni di piombo al ritorno dei militanti neofascisti, una storia sempre controversa

Acca Larentia, dagli anni di piombo al ritorno dei militanti neofascisti, una storia sempre controversa

Ieri oltre mille militanti neofascisti hanno commemorato con saluti romani la strage del 1978. Un rito che divide ancora l'Italia dopo 48 anni.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino8 Gennaio 2026
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Manifestanti per anniversario Acca Larentia
Manifestanti per anniversario Acca Larentia (fonte: YouTube)

Ieri pomeriggio, nel quartiere Tuscolano di Roma, si è ripetuta una scena che da quasi mezzo secolo accende polemiche e divisioni. Oltre mille militanti neofascisti si sono riuniti davanti all’ex sede del Movimento Sociale Italiano in via Acca Larentia, scandendo per tre volte “presente” e alzando il braccio nel saluto romano. Tra loro anche esponenti di CasaPound, Roberto Fiore di Forza Nuova e delegazioni arrivate da Ungheria e Francia.

Una donna, affacciata da un balcone, ha gridato “Viva l’Italia antifascista!” spezzando il silenzio del rito commemorativo. Le autorità hanno avviato indagini per apologia di fascismo, mentre la Digos analizza le immagini dell’evento. La notte precedente, quattro giovani di Gioventù Nazionale erano stati aggrediti mentre attaccavano manifesti per la commemorazione. Ma cosa si ricorda ogni 7 gennaio? Una delle pagine più oscure degli anni di piombo.

Era sabato, 7 gennaio 1978, poco dopo le sei di sera. Cinque ragazzi stavano per uscire dalla sede missina per distribuire volantini di un concerto. Franco Bigonzetti, ventenne studente di medicina, aprì per primo la porta. Non fece in tempo a capire cosa stesse accadendo: da via Evandro partirono raffiche di mitra che lo colpirono alla testa, uccidendolo sul colpo.

Francesco Ciavatta, appena diciottenne, cercò di scappare lungo la scalinata ma venne inseguito e colpito alla schiena. Morì in ambulanza. Vincenzo Segneri, ferito a un braccio, riuscì a rientrare nella sede blindata salvandosi insieme ad altri due compagni. Gli assalitori fuggirono in auto, lasciando una scena che sconvolse Roma.

Quando la notizia si diffuse, centinaia di militanti accorsero in via Acca Larentia. L’aria era carica di rabbia. Secondo alcune testimonianze, un giornalista gettò un mozzicone nel sangue di una vittima, scatenando violenti tafferugli. Le forze dell’ordine lanciarono lacrimogeni, uno dei quali colpì anche Gianfranco Fini, allora leader del Fronte della Gioventù.

Durante gli scontri, Stefano Recchioni, diciannovenne chitarrista, venne colpito alla testa da un colpo di pistola. Morì dopo due giorni di agonia. Le circostanze della sua morte restano misteriose nonostante i numerosi testimoni presenti.

Inizialmente si puntò il dito contro il capitano dei carabinieri Eduardo Sivori. I compagni delle vittime tentarono di raccogliere denunce, ma i dirigenti del MSI rifiutarono per non compromettere i rapporti con le autorità. Solo Francesca Mambro presentò denuncia individualmente. Anni dopo, l’ex ministro Cossiga rivelò che Sivori temeva ritorsioni contro la sua famiglia. Nel 1983 l’ufficiale venne prosciolto definitivamente dopo che le perizie balistiche smentirono le accuse iniziali.

Giorni dopo l’attacco, una cassetta audio rivendicò l’azione a nome dei “Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale”, sigla sconosciuta fino a quel momento. Una voce alterata definì le vittime “topi neri” e minacciò altri attentati. Nel 1987 cinque membri di Lotta Continua furono arrestati come presunti responsabili, ma tutti vennero successivamente prosciolti.

Il caso si complicò ulteriormente quando nel 1988, in un covo delle Brigate Rosse a Milano, venne trovata la stessa mitraglietta Skorpion usata per l’agguato – la stessa arma con cui le BR avevano ucciso l’ex sindaco di Firenze Lando Conti e il professore Ezio Tarantelli. Una coincidenza inquietante che non ha mai trovato spiegazione.

Il peso della tragedia travolse anche le famiglie: alcuni mesi dopo, il padre di Francesco Ciavatta si tolse la vita bevendo acido muriatico, distrutto dal dolore.

Da 48 anni, ogni 7 gennaio, militanti della destra radicale si ritrovano davanti a quella sede per il rito del “presente”. Quest’anno il presidente Meloni ha parlato di “pacificazione nazionale”, ma le polemiche non si placano: come può esserci pacificazione quando centinaia di persone si radunano ancora con saluti romani e croci celtiche?

Quella sera del 1978 non ha trovato verità giudiziaria. I colpevoli dell’agguato non sono mai stati identificati con certezza, le dinamiche della terza morte rimangono nell’ombra. Acca Larentia resta una ferita aperta della storia italiana, simbolo di un’epoca in cui lo scontro ideologico si trasformava in sangue e morte, e che continua a dividere l’opinione pubblica quasi mezzo secolo dopo.

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