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Home » Attualità » Che fine farà Almasri? Il mistero dell’uomo che la Libia arresta, l’Italia rilascia e l’Aja rivuole 

Che fine farà Almasri? Il mistero dell’uomo che la Libia arresta, l’Italia rilascia e l’Aja rivuole 

L'arresto di Almasri apre nuovi scenari internazionali che coinvolgono la Corte Penale dell'Aja e il governo libico.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino6 Novembre 2025
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Primo piano Almasri
Primo piano Almasri (fonte: YouTube)
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Osama Elmasry, detto Almasri, è uno dei nomi più discussi del 2025. Ex ufficiale libico accusato di torture e crimini contro l’umanità, è al centro di una vicenda giudiziaria che intreccia Roma, Tripoli e L’Aia. Sul suo capo pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale (ICC), ma oggi si trova di nuovo in custodia in Libia. La domanda, dunque, resta sospesa: chi lo giudicherà e che fine farà? Proviamo a fare chiarezza, partendo dalla fine. Come riporta il Corriere della Sera, citando una fonte ufficiosa del Governo, l’Italia sapeva quello che di fatto è successo ieri, per questo ha “rilasciato” Almasri, permettendogli di tornare in Libia:

“La reazione dell’opposizione, che vive su Marte, è francamente sconcertante. Quello che è successo oggi è il frutto di un accordo fra il capo del governo Abdul Dbeibeh e il governo turco, che continua a controllare l’aeroporto di Tripoli insieme alla milizia Rada. Dopo mesi di scontri hanno fatto un accordo e hanno sacrificato Almasri. In sostanza un regalo di Erdogan al governo di Tripoli. Non sanno nemmeno di cosa parlano“.

A questa si aggiungono le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi:

“Quanto sta accadendo in queste ore in Libia dimostra che la scelta di liberarlo e consegnarlo alle autorità di Tripoli non era garanzia di impunità, anzi“.

Una dichiarazione che di fatto lancia la palla in mano agli inquirenti libici. Che, al momento, non è certo possano affidare Almasri alla Corte Penale Internazionale.

Il 18 gennaio 2025 la Pre-Trial Chamber I della Corte Penale Internazionale aveva emesso un mandato di arresto contro di lui con accuse pesantissime: crimini contro l’umanità e crimini di guerra legati alla gestione del centro di detenzione di Mitiga, a Tripoli — torture, violenze sessuali, omicidi e detenzioni arbitrarie, commessi nel contesto del conflitto libico. Il mandato, diffuso a livello internazionale, obbligava tutti gli Stati parte dello Statuto di Roma, tra cui l’Italia, a collaborare con la Corte per l’arresto e la consegna del sospettato.

Il 19 gennaio 2025, Almasri viene fermato a Torino. Ma quella che sembrava una svolta nella cooperazione internazionale si trasforma in un caso politico e diplomatico.

Il tribunale d’appello di Roma, infatti, dichiara l’arresto irregolare per un vizio procedurale: la mancata preventiva comunicazione al Ministro della Giustizia italiano, richiesta in questi casi. L’uomo viene rilasciato e immediatamente rimpatriato in Libia.

L’ICC reagisce con durezza, definendo l’accaduto una violazione dell’obbligo di cooperazione previsto dallo Statuto di Roma. Organizzazioni internazionali come Human Rights Watch e il Centro libico per la giustizia transizionale parlano apertamente di “atto politico travestito da tecnicismo legale”.

In Italia il caso non si chiude lì. A partire da agosto 2025 la magistratura avvia un’inchiesta per chiarire le responsabilità nel rilascio e nel rimpatrio di Almasri. Nel registro degli indagati entrano i nomi di esponenti del governo, tra cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, accusati di favoreggiamento e mancata esecuzione di atto d’ufficio.

Nel frattempo, un rifugiato sopravvissuto alle torture nelle prigioni libiche presenta ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sostenendo che l’Italia, rifiutandosi di consegnare Almasri all’Aja, abbia “schiacciato le speranze di giustizia delle vittime”.

Ed eccoci a ieri. Il 5 novembre 2025, le autorità libiche annunciano di aver nuovamente arrestato Almasri.
Il generale sarebbe ora in custodia preventiva a Tripoli, con accuse di tortura e violenze ai danni di detenuti.
Un apparente segnale di giustizia, ma con un grande punto interrogativo: sarà un processo vero o un modo per evitare l’estradizione all’Aja? La risposta è: bisogna attendere.

 

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Nel frattempo la Corte Penale Internazionale ribadisce la propria giurisdizione primaria.
L’articolo 12(3) dello Statuto di Roma, infatti, consente a uno Stato di accettare la giurisdizione della Corte anche per periodi specifici: e nel maggio 2025, il governo di unità nazionale libico ha formalmente riconosciuto la competenza dell’ICC per i crimini commessi tra il 2011 e il 2027.

Questo apre la porta, almeno teoricamente, a una cooperazione diretta tra Tripoli e l’Aja. Ma sul piano politico la consegna di un alto ufficiale libico all’ICC resta improbabile, perché rischia di scatenare tensioni interne e indebolire il fragile equilibrio del governo.

Chi lo giudicherà, dunque? Formalmente, la competenza spetta alla Corte Penale Internazionale: è lei ad aver emesso il mandato e a mantenere il dossier aperto. Ma nella realtà dei rapporti tra Stati, Almasri è oggi  nelle mani della giustizia libica, che potrà processarlo in patria o tenerlo in una detenzione senza esito, eludendo la cooperazione internazionale. L’ICC, dal canto suo, può solo accertare la mancata cooperazione e riferire la questione all’Assemblea degli Stati Parte o al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, senza avere potere diretto.

 

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