L’11 marzo 2011 un terremoto di magnitudo 9.0 colpì il Giappone, scatenando uno tsunami che travolse la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi e provocò il peggior incidente atomico dalla tragedia di Chernobyl del 1986. Oggi, a quindici anni esatti da quella catastrofe, la centrale è ancora lontanissima dall’essere smantellata. I lavori procedono, ma con una lentezza che mette in discussione persino le scadenze ufficiali.
Pochi giorni fa, in coincidenza con l’anniversario del disastro, TEPCO, la società elettrica giapponese responsabile dell’impianto, ha presentato il suo nuovo strumento di lavoro: un braccio robotico di 22 metri, progettato per infilarsi negli spazi più stretti dei reattori danneggiati, ispezionare le strutture interne e raccogliere un terzo campione di detriti radioattivi fusi. Si tratta di un passo avanti concreto, ma il quadro generale resta enormemente complesso.

All’interno dei reattori 1, 2 e 3 si trovano ancora circa 880 tonnellate di combustibile nucleare fuso, il cosiddetto “fuel debris”: materiale altamente radioattivo che si è depositato nei punti più difficili da raggiungere. La rimozione su larga scala non è prevista prima del 2037, con un ritardo rispetto al piano originario che rende praticamente impossibile rispettare la scadenza ufficiale del 2051 per il completamento dello smantellamento. Secondo molti esperti, l’intera operazione potrebbe protrarsi ben oltre la metà del secolo.
Uno dei capitoli più controversi riguarda le acque usate per raffreddare i reattori danneggiati. Nel corso degli anni si è accumulata una quantità enorme di acqua contaminata, che ha richiesto un sistema di trattamento avanzato, il cosiddetto ALPS, in grado di rimuovere quasi tutti i radionuclidi, ad eccezione del trizio. A partire dall’agosto 2023, il Giappone ha avviato il rilascio progressivo di quest’acqua trattata nell’Oceano Pacifico, sotto il monitoraggio costante dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Le analisi dell’acqua marina non hanno registrato aumenti significativi di radioattività, ma le polemiche non si sono spente.
La decisione aveva spinto la Cina a imporre un blocco totale sulle importazioni di prodotti ittici giapponesi. Solo nel novembre 2025 Pechino ha parzialmente allentato il divieto, consentendo la ripresa delle esportazioni di capesante e cetrioli di mare. Un segnale di distensione, anche se parziale e ancora fragile.
Sul fronte della bonifica del territorio circostante, i progressi ci sono, ma le dimensioni del problema restano impressionanti. Al dicembre 2025, circa 309 chilometri quadrati distribuiti su sette comuni risultavano ancora interdetti alla popolazione. Nel corso del 2025 sono stati revocati gli ordini di evacuazione su 26 ettari di terreno, destinati in parte a un nuovo impianto di compostaggio e in parte a un parco eolico. Tuttavia, il numero di ex residenti tornati a vivere nelle aree liberate è ancora molto esiguo.
In agosto 2025 il governo ha pubblicato un piano per il riutilizzo e lo smaltimento del suolo contaminato rimosso durante le operazioni di bonifica: l’obiettivo è individuare un sito di stoccaggio definitivo fuori dalla prefettura di Fukushima entro il 2035 e completare il trasferimento dai depositi temporanei entro marzo 2045.
Sul fronte legale, il 22 gennaio 2026 la Corte Suprema giapponese ha respinto i ricorsi presentati da nove gruppi di evacuati che chiedevano un risarcimento sia al governo sia a TEPCO per l’evacuazione forzata. I tribunali di grado inferiore avevano già condannato TEPCO al pagamento dei danni, escludendo però la responsabilità dello Stato. La sentenza definitiva ha riacceso la rabbia delle associazioni delle vittime, che continuano a ritenere evitabile almeno una parte del disastro.
Nel frattempo, il governo giapponese guarda avanti e ha rilanciato il nucleare come pilastro della propria strategia energetica. Attualmente l’energia atomica copre solo l’8,5% del fabbisogno nazionale, ma l’obiettivo è portarla al 20% entro il 2040. La spinta viene dalla crescente domanda di elettricità legata all’intelligenza artificiale e dalla volontà di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati. Una parte della popolazione resta però diffidente, e il ricordo di Fukushima pesa ancora.
Il direttore generale dell’AIEA, Rafael Mariano Grossi, ha sottolineato come il caso Fukushima stia diventando un punto di riferimento globale per tutti i futuri smantellamenti di centrali nucleari. Una lezione costosa, lenta e ancora in corso.



