Nel mondo del diritto penale americano, alcuni avvocati si fanno la reputazione difendendo casi apparentemente impossibili. Barry Pollack è uno di questi, e quando il suo nome compare su un fascicolo, significa che qualcuno con problemi molto seri ha deciso di giocarsi l’ultima carta. L’ultima volta che ha fatto parlare di sé è stato nel 2024, quando riuscì nell’impresa di riportare a casa Julian Assange dopo 14 anni di battaglie legali. Ora il suo nuovo cliente è Nicolás Maduro, l’ex presidente venezuelano arrestato dalle forze militari americane e ora sotto processo a New York per narcoterrorismo.
Pollack è partner dello studio legale Harris, St. Laurent & Wechsler, con sede a Washington. La sua specializzazione? Casi dove la sicurezza nazionale si scontra con i diritti costituzionali, dove le accuse sono così pesanti che la maggior parte degli avvocati preferirebbe starne alla larga. Non è un avvocato che va in televisione a fare dichiarazioni roboanti: lavora nell’ombra, costruendo difese tecniche, studiando ogni virgola delle leggi federali, scovando vizi procedurali che altri non vedrebbero.
La sua carriera è costellata di successi che hanno fatto storia. Nel 2006 ottenne l’assoluzione di Michael Krautz nello scandalo Enron, uno dei più grandi disastri finanziari della storia americana. Riuscì a umanizzare il suo cliente davanti a una giuria che aveva già visto decine di dirigenti corrotti finire in galera. Più recentemente ha ottenuto il proscioglimento di Martin Tankleff, un uomo di Long Island che aveva passato 17 anni in prigione per l’omicidio dei genitori prima che la condanna venisse ribaltata grazie a nuove prove.
Ma il caso che ha consacrato Pollack nell’olimpo degli avvocati penalisti è quello di Julian Assange. Il fondatore di WikiLeaks, dopo anni di rifugio nell’ambasciata ecuadoriana di Londra e il rischio di un’estradizione negli Stati Uniti che avrebbe potuto costargli 175 anni di carcere, sembrava destinato a finire la sua vita dietro le sbarre. Pollack riuscì a orchestrare un delicato patteggiamento: Assange si dichiarò colpevole di un singolo reato secondo l’Espionage Act in un tribunale nelle isole Marianne Settentrionali, evitando così l’estradizione e potendo tornare in Australia da uomo libero.
Quella vittoria dimostrò la capacità di Pollack di navigare l’intricata zona grigia tra le leggi sulla sicurezza nazionale e le protezioni costituzionali del Primo Emendamento. Riuscì a convincere il governo americano che proseguire con il processo sarebbe stato controproducente, trasformando Assange in un martire della libertà di stampa. Fu un capolavoro di strategia legale e diplomatica.
Ieri, Pollack si è presentato in tribunale a Manhattan per difendere un cliente completamente diverso. Nicolás Maduro, 63 anni, è comparso davanti al giudice Alvin Hellerstein con la divisa da detenuto e le caviglie incatenate. Le accuse sono gravissime: narcoterrorismo, riciclaggio di denaro e traffico di cocaina su scala industriale. Secondo il Dipartimento di Giustizia, Maduro avrebbe guidato per oltre vent’anni il “Cartello dei Soli”, un’organizzazione di alti ufficiali militari venezuelani che avrebbe facilitato il transito di centinaia di tonnellate di cocaina dalla Colombia verso gli Stati Uniti, in collaborazione con le FARC.

La cattura di Maduro è avvenuta attraverso un’operazione militare americana a Caracas il 3 gennaio 2026, su ordine del presidente Trump. Sul capo dell’ex presidente pende una taglia di 15 milioni di dollari. Pollack ha già annunciato che solleverà questioni sull’immunità sovrana e sulla legalità dell’operazione, definendola un “rapimento” che viola il diritto internazionale.
La strategia difensiva si baserà probabilmente su due pilastri: la dottrina dell'”act of state” (secondo cui i tribunali americani non possono giudicare atti compiuti da un capo di stato straniero sul territorio della sua nazione) e l’invalidità delle prove, molte delle quali provengono da ex funzionari venezuelani che collaborano con il governo americano in cambio di riduzioni di pena. Pollack dovrà sostenere che le accuse sono una tattica di “cambio di regime” mascherata da procedimento penale.
A presiedere il processo è il giudice Hellerstein, 92 anni, figura di spicco della comunità legale newyorkese con una reputazione di indipendenza che renderà il processo imprevedibile. La prossima udienza è fissata per il 17 marzo 2026.



