Venticinque anni di negoziati che potrebbero sparire in un weekend. L’Europa e il Sudamerica erano a un passo da siglare uno degli accordi commerciali più grandi della storia, ma nelle ultime ore tutto rischia di saltare. Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha lanciato un ultimatum netto: o si firma entro questo mese, oppure il Brasile rinuncia definitivamente all’intesa. “Se non si fa adesso il Brasile non firmerà l’accordo mentre io sarò presidente”, ha dichiarato ieri durante una riunione del governo a Brasilia.
Il Mercosur (acronimo di Mercato Comune del Sud) è un blocco commerciale sudamericano nato nel 1991 che oggi riunisce Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Pensate che rappresenta complessivamente la sesta economia mondiale, con ben 270 milioni di persone. Per fare un paragone, è come se tutta l’Europa lavorasse insieme per vendere e comprare prodotti riducendo al minimo le tasse doganali tra loro.
Il Venezuela aveva aderito nel 2012, ma è stato sospeso nel 2017. Anche la Bolivia ha firmato per entrare nel gruppo nel dicembre dello stesso anno, però il suo ingresso è ancora in attesa di essere approvato dai parlamenti degli altri paesi membri.
Gli scambi tra Europa e Mercosur valgono attualmente oltre 111 miliardi di euro l’anno. L’Europa vende soprattutto automobili, macchinari, prodotti chimici e farmaci verso il Sudamerica (per circa 55 miliardi di euro), mentre importa principalmente prodotti agricoli, minerali e materie prime (per 56 miliardi). Una relazione commerciale importante, cresciuta del 36% negli ultimi dieci anni.
Ma c’è un problema: oggi tra i due blocchi esistono dazi doganali altissimi. Il Mercosur applica tariffe fino al 35% sulle auto e i macchinari europei, mentre l’Europa impone fino al 15% sui prodotti agricoli sudamericani. L’accordo eliminerebbe queste barriere, creando una zona di libero scambio transatlantica e un mercato integrato da quasi 780 milioni di consumatori – il più grande al mondo.
Per l’Europa, stringere questo patto significa anche ridurre la dipendenza dalla Cina e dagli Stati Uniti, specialmente ora che Donald Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo nuovi dazi. Avere il Sudamerica come partner privilegiato garantirebbe materie prime strategiche e nuovi sbocchi per l’industria europea, in particolare quella automobilistica che attraversa una crisi profonda.
Il problema si chiama “cars for cows” (auto in cambio di mucche), come viene soprannominato l’accordo. Da una parte c’è l’industria europea, entusiasta di conquistare il mercato sudamericano. Dall’altra ci sono gli agricoltori europei, terrorizzati dall’arrivo massiccio di carne bovina e prodotti agricoli a prezzi più bassi rispetto a quelli che possono offrire loro.
La Francia di Emmanuel Macron guida il fronte dei contrari, temendo che i suoi allevatori vengano travolti dalla concorrenza sudamericana. Anche l’Italia di Giorgia Meloni ha preso le distanze, pur essendo il secondo esportatore europeo verso il Mercosur e pur avendo molto da guadagnare dall’accordo sul fronte industriale. Altri paesi come Polonia, Irlanda e Ungheria si oppongono apertamente.

A Bruxelles sono attesi circa mille trattori e fino a 10mila agricoltori per protestare contro l’accordo. Gli agricoltori europei denunciano che i prodotti sudamericani non rispettano gli stessi standard europei su pesticidi, benessere animale e tutela ambientale, e che quindi la competizione sarebbe sleale.
Per cercare di convincere i paesi scettici, il Parlamento europeo ha approvato lunedì scorso delle “clausole di salvaguardia” che permetterebbero all’Europa di bloccare temporaneamente le importazioni agricole se queste danneggiano i produttori locali. L’accordo preliminare prevede una soglia dell’8% alle importazioni, oltre la quale scatterebbero controlli e possibili stop. Ma per molti questi meccanismi rimangono insufficienti.
Il tempo stringe. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è determinata a chiudere l’accordo e dovrebbe volare in Brasile venerdì 20 dicembre insieme al presidente del Consiglio europeo António Costa per la firma ufficiale. Ma per autorizzare l’intesa serve una maggioranza qualificata: almeno 15 stati membri che rappresentino il 65% della popolazione europea. E al momento questa maggioranza non c’è.
La Francia ha chiesto un rinvio dell’intera procedura. Lula ha risposto duramente, ricordando che il vertice è stato spostato dal 2 al 20 dicembre proprio su richiesta di Bruxelles e che il Sudamerica ha già ceduto su tutto il cedibile. Il presidente brasiliano ha sottolineato che si tratta di 26 anni di attesa e che l’accordo, in realtà, favorisce più l’Europa che il Mercosur. La sua frustrazione è evidente: “Macron non vuole firmare a causa degli agricoltori e l’Italia non si capisce perché non vuole firmare”.
Germania, Spagna e paesi nordici spingono invece per concludere subito. La Germania in particolare ha bisogno di sbocchi commerciali per la sua industria esportatrice. Come ha spiegato il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic, se l’Europa non riuscisse a firmare un accordo già negoziato da 25 anni, perderebbe credibilità davanti al mondo intero. Bruxelles sta trattando accordi simili con India, Australia e Malesia: come potrebbero prenderla sul serio se non mantiene gli impegni?
Se l’intesa non venisse siglata questo weekend, le conseguenze sarebbero significative. Il Brasile chiuderebbe definitivamente la porta alle trattative per anni, cercando probabilmente nuovi partner commerciali. L’Europa perderebbe un’occasione storica per diversificare i propri rapporti economici proprio mentre Stati Uniti e Cina intensificano la competizione globale. E i piccoli agricoltori europei? Potrebbero perdere l’accesso a un mercato di 270 milioni di consumatori per il loro vino, i loro formaggi e i prodotti di qualità che potrebbero esportare.
