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Home » Attualità » Da centro commerciale a “inferno sulla terra”: cos’è El Helicoide, il centro di tortura venezuelano per prigionieri politici (anche italiani)

Da centro commerciale a “inferno sulla terra”: cos’è El Helicoide, il centro di tortura venezuelano per prigionieri politici (anche italiani)

El Helicoide, progettato come centro commerciale futuristico negli anni '50, è diventato un famigerato centro di tortura a Caracas. La storia di una tragica trasformazione.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene9 Gennaio 2026
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Il gigantesco carcere di massima sicurezza El Helicoide, a Caracas
Il gigantesco carcere di massima sicurezza El Helicoide, a Caracas (fonte: YouTube La Saga)

Pochi giorni dopo l’operazione militare che ha rovesciato il regime di Nicolás Maduro, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato la chiusura di El Helicoide, un centro di detenzione di Caracas tristemente noto per essere stato per anni teatro di abusi sistematici e torture di prigionieri politici. Nel suo annuncio ufficiale, Trump ha definito l’edificio una camera di tortura nel cuore di Caracas e ha dichiarato che chiuderlo fa parte degli sforzi per porre fine a decenni di abusi subiti dai prigionieri politici del regime chavista.

El Helicoide è un edificio a spirale la cui storia rappresenta una delle parabole più drammatiche dell’architettura moderna. Progettato da Pedro Neuberger, Dirk Bornhorst e Jorge Romero Gutiérrez nei primi anni ’50, e sormontato da una delle cupole geodetiche di Buckminster Fuller, questo complesso avrebbe dovuto essere il primo centro commerciale drive-through al mondo, un simbolo dell’ambizione e della ricchezza del Venezuela durante la dittatura di Marcos Pérez Jiménez.

Concepito quando i proventi del petrolio entravano abbondanti nelle casse del Paese, il progetto incarnava la fiducia illimitata nel futuro: linee curve attraversate da oltre tre chilometri di rampe ad elica, 120 negozi e parcheggi, un hotel, sale espositive, una palestra, una piscina, una pista da bowling, un asilo nido e un cinema con 7 sale. La rivoluzione consisteva nel consentire agli acquirenti di guidare, anziché passeggiare, da un negozio all’altro, con la possibilità di fermarsi in showroom che vendevano auto e pezzi di ricambio, una stazione di servizio, un’officina di riparazioni e un autolavaggio.

Pablo Neruda aveva definito questa architettura “una delle creazioni più squisite che siano emerse dalla mente di un architetto”, e Salvador Dalí voleva che la sua arte fosse esposta in quello che voleva essere il centro commerciale più moderno degli anni ’50. Ma il progetto cominciò a crollare dopo la caduta di Pérez Jiménez nel 1958, per poi interrompersi definitivamente nel 1961: l’edificio non venne mai terminato e i negozi non furono mai aperti.

La struttura, con una superficie totale di oltre 100mila metri quadrati situata nell’area metropolitana della capitale venezuelana, si trasformò prima in rifugio per i senzatetto, poi in celle di prigione, quartier generale della polizia e infine in camere di tortura. Quella che avrebbe dovuto essere la concretizzazione di una fantasia futuristica divenne invece un luogo che ex detenuti hanno descritto come inferno sulla terra.

L'Helicoide
L’Helicoide (fonte: YouTube La Saga)

El Helicoide è oggi un centro di detenzione gestito dal Servizio nazionale di intelligence bolivariano, il Sebin. Per diversi anni, gruppi per i diritti umani ed ex prigionieri hanno documentato violazioni sistematiche dei diritti umani, tra cui torture e detenzioni arbitrarie di oppositori del governo, attivisti e giornalisti. Una ONG, il Venezuela Penal Forum, riporta 145 casi di trattamento crudele e inumano.

Numerosi ex prigionieri hanno raccontato le condizioni estreme in cui sono stati detenuti, con celle minuscole, isolamento prolungato e pochi contatti con l’esterno. Un documentario interattivo della BBC intitolato Inside El Helicoide esplora questo centro commerciale diventato uno dei più famosi centri di tortura per prigionieri politici del paese attraverso una serie di interviste a ex detenuti, parenti, avvocati e attivisti per i diritti umani. Partendo dai risultati della giornalista Karenina Velandia e usando l’illustrazione in 3D, il documentario dà vita a scene girate all’interno della prigione basate su resoconti degli ex detenuti e sulle interviste agli ex agenti di sicurezza.

A cinque giorni dalla cattura di Maduro, il Venezuela ha annunciato – tramite il presidente del Parlamento Jorge Rodríguez – la scarcerazione di numerosi detenuti anche stranieri, che verrà ultimata nelle prossime ore: tra questi anche alcuni italiani, come il giornalista Biagio Pilieri e l’imprenditore Luigi Gasperin. Sono in molti a sperare che questo annuncio segni la liberazione anche del cooperante veneziano Alberto Trentini, detenuto in Venezuela da oltre un anno senza alcuna accusa formale, e di altri 25 connazionali imprigionati con accuse pretestuose o in quanto oppositori di Maduro.

Altre organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno chiesto che la fine delle operazioni a El Helicoide sia accompagnata da indagini complete e da responsabilità per gli abusi documentati nel corso degli anni, oltre che da garanzie di sicurezza e di un giusto processo per coloro che sono ancora in attesa di una sentenza o del rilascio.

Nel 2017 al Center for Architecture di New York si è tenuta la mostra El Helicoide: from mall to prison per mantenere viva la storia di questo edificio e per “riproporre questo lavoro, come struttura, come architettura, come fenomeno culturale”, sosteneva la curatrice Celeste Olalquiag. Diversi governi venezuelani hanno cercato di riproporre El Helicoide come museo o centro culturale, ma tutti i loro sforzi sono falliti. Le sue celle non sono mai state così affollate come lo sono oggi, con le proteste contro il governo di Nicolás Maduro e la gravissima crisi politica ed economica in cui è precipitato il Paese.

“El Helicoide è una metafora dell’intero periodo moderno in Venezuela e di ciò che è andato storto”, ha raccontato al Guardian Olalquiag, che ha anche avviato un progetto e pubblicato un libro per documentare la storia di questo centro commerciale trasformato in prigione: “Quello che dovrebbe accadere è l’unica cosa che non è mai accaduta, che venga chiesto alle comunità che lo circondano cosa vogliono che sia”.

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