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Home » Attualità » Un anno senza Alberto Trentini, chi è l’operatore umanitario ancora in carcere in Venezuela

Un anno senza Alberto Trentini, chi è l’operatore umanitario ancora in carcere in Venezuela

Alberto Trentini, operatore umanitario italiano, è detenuto in Venezuela da un anno senza accuse formali. Le principali tappe della storia.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino15 Novembre 2025
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Alberto Trentini
Alberto Trentini (fonte: YouTube/RAI)
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Il 15 novembre 2024 segna l’inizio di un incubo che dura ormai da dodici mesi. Alberto Trentini, operatore umanitario italiano nato a Venezia nel 1979, è stato arrestato in Venezuela mentre svolgeva una missione per l’organizzazione non governativa Humanity & Inclusion, impegnata nell’assistenza a persone con disabilità. Da quel giorno, la sua detenzione è diventata un caso diplomatico internazionale, caratterizzato da silenzio, incertezza e una battaglia incessante per ottenere risposte.

Trentini si trovava su un veicolo diretto da Caracas a Guasdualito, nello Stato di Apure, quando fu fermato a un posto di blocco da funzionari del Servizio amministrativo per l’identificazione, la migrazione e gli stranieri (SAIME). Successivamente venne trasferito alla Direzione generale del controspionaggio militare (DGCIM) di Caracas, dove iniziò una detenzione avvolta nel mistero.

La conferma ufficiale del suo arresto arrivò soltanto due mesi dopo, lasciando famiglia e organizzazioni umanitarie nell’angoscia più totale. Humanity & Inclusion tentò immediatamente di presentare una petizione di habeas corpus alle autorità venezuelane, che tuttavia si rifiutarono di riceverla e di fornire qualsiasi informazione sulla sorte dell’operatore italiano.

 

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Alberto Trentini non è un semplice viaggiatore finito nel posto sbagliato al momento sbagliato. La sua è una vita dedicata alla cooperazione internazionale. Dopo aver conseguito la laurea in Storia moderna e contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha completato un master in ingegneria sanitaria nel Regno Unito, specializzandosi in Water sanitation and health engineering. La sua carriera decennale lo ha portato in Africa, Medio Oriente e America Latina, sempre al servizio delle popolazioni più vulnerabili.

Chi lo conosce lo descrive come una persona tenace, calma, animata da una profonda empatia verso gli ultimi. Dal 17 ottobre 2024 si trovava in Venezuela proprio per portare avanti progetti di assistenza a persone con disabilità, continuando quella missione di solidarietà che ha sempre caratterizzato il suo percorso professionale e umano.

Attualmente Trentini è detenuto nel carcere El Rodeo I, vicino a Caracas. Le testimonianze della famiglia e delle organizzazioni non governative denunciano che per mesi è rimasto in isolamento, senza possibilità di contatti regolari con i propri cari. La situazione è aggravata dal fatto che Trentini soffre di ipertensione e ha accesso limitato alle cure mediche e ai farmaci necessari, alimentando le preoccupazioni per la sua salute fisica e psicologica.

Il quadro giudiziario che circonda la sua detenzione rimane nebuloso. Per lungo tempo non sono state formalizzate accuse concrete. Alcune fonti hanno fatto riferimento a ipotesi di terrorismo o cospirazione, ma senza alcuna conferma ufficiale. Il governo venezuelano si è limitato a sostenere che sia in corso un processo e che i diritti dell’italiano non siano stati violati, senza però fornire dettagli o prove a supporto di tali affermazioni.

Il 7 gennaio 2025 la Commissione interamericana per i diritti umani (CIDH) è intervenuta concedendo misure cautelari in favore di Trentini. Nella sua decisione, la CIDH ha concluso che l’operatore italiano si trovava “in una situazione grave e urgente, poiché i suoi diritti alla vita e all’integrità personale rischiano di essere danneggiati in modo irreparabile in Venezuela”. L’organismo ha chiesto alle autorità venezuelane di adottare le misure necessarie per proteggere i suoi diritti fondamentali e di fornire informazioni ufficiali sulla sua detenzione. A quella data, tuttavia, non era stata ricevuta alcuna risposta dal governo venezuelano.

La madre di Alberto, Armanda Colusso, è diventata la voce pubblica del figlio in Italia. Attraverso appelli accorati, lettere aperte e conferenze stampa, continua a tenere viva l’attenzione mediatica sul caso, chiedendo che vengano garantiti i diritti fondamentali del figlio e che venga fatta chiarezza sulle ragioni della sua detenzione. Nel gennaio 2025 la famiglia ha rilasciato un comunicato in cui denunciava che, quasi due mesi dopo l’arresto, nessuno era riuscito a vedere o contattare Alberto, e che non erano arrivate informazioni ufficiali né dalle autorità venezuelane né da quelle italiane.

 

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