La procura di Milano prosegue la sua inchiesta sul caporalato nel settore della moda e del lusso, coinvolgendo questa volta tredici grandi marchi internazionali. I carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno notificato ordini di consegna documenti a case di moda che sono emerse nei fascicoli come committenti di opifici cinesi clandestini, laboratori che operano violando le leggi sul lavoro e la sicurezza.
I marchi coinvolti nella richiesta di documentazione sono Dolce&Gabbana, Prada, Gucci, Versace, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia e Off-White Operating. Nella tarda serata del 2 dicembre, su mandato del procuratore Paolo Storari, le autorità hanno fatto irruzione nelle sedi aziendali chiedendo la documentazione che attesti l’effettuazione di controlli su sicurezza e legalità lungo la filiera produttiva.

Le indagini hanno rivelato condizioni di lavoro allarmanti. I militari dell’Arma hanno individuato centinaia di operai sfruttati: 36 lavoratori per Dolce&Gabbana, 27 per Ferragamo, 19 per Alexander McQueen, altrettanti per Givenchy Italia, 17 per Versace, 12 negli appalti di Gucci, 11 per Pinko, Prada, Coccinelle, Off White Operating e Yves Saint Laurent. Nove operai sono stati trovati nella filiera di Missoni durante un’ispezione del 6 agosto 2025 nell’opificio cinese New Moda.
Dagli atti emerge come i lavoratori, principalmente di etnia cinese con età comprese tra i 24 e i 59 anni, siano stati trovati in condizioni di pesante sfruttamento e stato di bisogno. Gli operai venivano pagati appena 2,75 euro l’ora, lavoravano in laboratori-dormitorio abusivi a gestione cinese che violano le più elementari regole di igiene e sicurezza, senza buste paga regolari, riconoscimento di contributi e straordinari, spesso sotto il ricatto della clandestinità.
Il paradosso economico emerso dall’inchiesta è impressionante: merce prodotta a costi di poche decine di euro veniva poi rivenduta al dettaglio a diverse migliaia di euro, con ricarichi anche del 10.000 per cento. In questi opifici tessili, situati prevalentemente in Lombardia, Toscana e Marche, venivano confezionati capi di abbigliamento, borse e accessori destinati alle vetrine più prestigiose del mondo.
In ogni atto la procura indica i fornitori critici già individuati dai militari nella filiera del brand, il numero di lavoratori rilevati in condizioni di sfruttamento e quali articoli del marchio siano stati trovati stoccati negli opifici, pronti per tornare alla casa madre ed essere immessi sul mercato. Dagli atti emerge come almeno dal 2015, più intensamente dal 2017, i carabinieri che si occupano di tutela del lavoro segnalassero le anomalie riscontrate nei controlli.
La procura ha richiesto alle società una documentazione imponente riguardo alla governance aziendale, compresi i verbali dei consigli di amministrazione, i sistemi di controllo interni con le procedure di selezione, accreditamento, gestione e monitoraggio dei fornitori di materie prime strategiche, copie dei contratti e anche i bilanci degli ultimi anni. Ai grandi brand viene chiesto inoltre di fornire spontaneamente i propri modelli organizzativi di prevenzione e gli audit interni o commissionati ad advisor e consulenti.
Le inchieste precedenti hanno già coinvolto altri marchi del lusso. Dal marzo 2024 erano finite sotto amministrazione giudiziaria Alviero Martini spa, Armani Operation, Manufacture Dior, Valentino Bags Lab e Loro Piana di Louis Vuitton, con l’ipotesi di aver agevolato colposamente lo sfruttamento. Più recentemente, nel novembre 2025, anche Tod’s è finita nel mirino con l’accusa di aver agito nella piena consapevolezza dei propri manager che certificano le linee di produzione degli appaltatori. In alcuni casi, come per Armani Operations, l’amministrazione giudiziaria è stata poi revocata dopo che le società hanno adottato contromisure e intrapreso un percorso virtuoso.
L’amministrazione giudiziaria non parte dall’accusa di caporalato rivolta direttamente ai grandi brand, ma dalla constatazione che non sono stati effettuati sufficienti ed efficaci controlli lungo la catena dei fornitori e dei subfornitori, permettendo così che gravi casi di illegalità venissero ignorati se non addirittura tollerati. L’obiettivo è la creazione di un albo sano di fornitori e la regolarizzazione delle condizioni lavorative.
Le inchieste negli altri settori condotte dalla procura di Milano hanno già portato alla regolarizzazione di migliaia di lavoratori con assunzioni e riconoscimenti contributivi prima considerati un miraggio. Il procuratore Storari ha definito più volte questo approccio, nei convegni e nelle audizioni pubbliche, come una scelta di politica giudiziaria volta a tutelare i diritti dei lavoratori più fragili e a ripristinare la legalità in uno dei settori più redditizi e ammirati del Made in Italy.



