Viktor Mihály Orbán è il volto più controverso della politica europea contemporanea. Nato il 31 maggio 1963 nel piccolo villaggio di Alcsútdoboz, in Ungheria, da una famiglia calvinista, questo avvocato e politico ungherese è oggi il primo ministro più longevo del suo Paese dopo Kálmán Tisza. Dal 2010 guida ininterrottamente l’Ungheria, dopo un primo mandato tra il 1998 e il 2002, incarnando quello che lui stesso definisce il modello di democrazia illiberale, un concetto che ha attirato critiche feroci da parte dell’Unione Europea e degli osservatori internazionali.
La carriera politica di Orbán è iniziata sulla scia delle rivoluzioni del 1989. Dopo essersi formato come avvocato all’Università Loránd Eötvös di Budapest e aver studiato brevemente scienze politiche al Pembroke College di Oxford, il giovane Viktor è tornato in patria per entrare in politica. Il 16 giugno 1989, durante una cerimonia commemorativa per Imre Nagy e i martiri della rivoluzione ungherese del 1956, il ventiseienne Orbán tenne un discorso che lo rese una figura politica nazionale: chiese pubblicamente il ritiro delle truppe sovietiche e lo svolgimento di libere elezioni, dimostrando un coraggio che suscitò applausi a scena aperta.
Fondatore del movimento studentesco riformista Fidesz, acronimo di Alleanza dei Giovani Democratici, Orbán rappresentava inizialmente valori liberali e pro-europei. Alle prime elezioni libere del 1990, il suo partito ottenne l’8,8% dei voti, conquistando 22 seggi in Parlamento con una squadra di parlamentari tutti sotto i trentacinque anni. Era un risultato modesto ma significativo per un gruppo di giovani che aveva combattuto il comunismo dall’interno della cortina di ferro.
Un dettaglio poco conosciuto riguarda il ruolo cruciale che George Soros ebbe negli esordi politici di Orbán. Il magnate e finanziere, attraverso la sua rete di fondazioni internazionali Open Society, aveva scommesso proprio sui giovani intraprendenti come Viktor per affrancare la società ungherese dal comunismo. Soros finanziò Fidesz acquistando una stampante Xerox che permise all’organo di propaganda Századvég di circolare negli ambienti anticomunisti, e sfruttò la propria influenza per far ottenere a Orbán una borsa di studio a Oxford. Quella che inizialmente era un’alleanza strategica si sarebbe trasformata, negli anni successivi, in uno scontro feroce: oggi Soros è diventato il nemico pubblico numero uno di Orbán, bersaglio di campagne diffamatorie e accusato di voler destabilizzare l’Ungheria.
La trasformazione ideologica di Orbán è stata graduale ma inesorabile. Sotto la sua guida, Fidesz è scivolato da un orientamento liberale e pro-europeo verso un conservatorismo nazionale di destra radicale. Nel 1998, quando il partito raggiunse un importante numero di seggi alle elezioni parlamentari, Orbán fu nominato primo ministro per la prima volta, alla testa di una coalizione di gruppi conservatori. Dopo aver perso le elezioni del 2002 e del 2006 contro il Partito Socialista Ungherese, trascorse alcuni anni come leader dell’opposizione, ma la caduta di popolarità dei socialisti lo aiutò a condurre Fidesz a una vittoria schiacciante nel 2010.
È da quel momento che inizia la vera svolta autoritaria. Forte di una maggioranza di due terzi in Parlamento, Orbán ha introdotto riforme costituzionali e legislative profondamente controverse. Il primo gennaio 2012, una nuova Costituzione entrava in vigore: aveva ristretto la separazione dei poteri dello Stato, inserito una legge elettorale che favoriva il partito di maggioranza, escluso i matrimoni omosessuali, aumentato i poteri di polizia ed eliminato la dicitura Repubblica accanto alla parola Ungheria. Nel 2013, un pacchetto di emendamenti ha completato il disegno, mentre nel 2011 una nuova legge elettorale ha dimezzato il numero dei parlamentari e ridisegnato la mappa delle circoscrizioni, garantendo a Fidesz la rielezione anche nel 2014, 2018 e 2022.
La politica interna di Orbán si fonda su una retorica populista e su un conservatorismo sociale e nazionale marcato. Il suo governo ha promosso un’opposizione mirata all’immigrazione, un euroscetticismo pronunciato e la difesa dello Stato-nazione contro quelle che lui definisce le ingerenze di Bruxelles. Questi atteggiamenti hanno causato un progressivo processo di arretramento della democrazia in Ungheria, trasformandola in una forma di Stato autoritario secondo numerosi osservatori internazionali, tra cui il Washington Post, The Economist e il New York Times.
Le conseguenze della condotta politica di Orbán si sono fatte sentire anche a livello europeo. Nel marzo 2019, Fidesz è stato sospeso dal Partito Popolare Europeo, il gruppo parlamentare che ancora oggi domina il panorama politico dell’Unione, in ragione degli attacchi virulenti di Orbán contro il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e contro George Soros. Un compromesso per evitarne l’espulsione totale, ma che testimonia l’isolamento crescente del premier ungherese all’interno delle istituzioni comunitarie.
Nonostante questo, Orbán ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio dell’Unione europea dal primo luglio al 31 dicembre 2024, dopo averla già ricoperta nel 2011. Durante questa presidenza, ha continuato a sparare a zero contro Bruxelles, sostenendo che l’Europa non conta nulla e che Donald Trump dovrebbe togliere le sanzioni alla Russia sul petrolio. Le sue dichiarazioni hanno messo in imbarazzo diversi leader europei, tra cui la premier italiana Giorgia Meloni, con cui mantiene buoni rapporti e affinità politiche.
L’episodio della visita di Orbán a Palazzo Chigi nella giornata di ieri ha rappresentato un momento emblematico. Arrivato a Roma, il primo ministro ungherese ha ostentato galanteria facendo il baciamano a Meloni, ma non ha risparmiato bordate contro l’UE: ha affermato che l’Europa è totalmente fuori dai giochi nella guerra tra Russia e Ucraina, che il futuro si deciderà tra americani e russi, e che lui stesso conta di risolvere lo stallo con un faccia a faccia tra Trump e Vladimir Putin a Budapest. Meloni ha scelto il silenzio, non incontrando la stampa e limitandosi a una nota formale di Palazzo Chigi. A metterci la faccia è stato il vicepremier Antonio Tajani, che ha ammesso di avere una visione diversa da Orbán sul rapporto con la Russia, precisando che ricevere il premier ungherese non significa pensarla allo stesso modo.
Orbán è aspramente critico sulle sanzioni contro Mosca e il suo progressivo avvicinamento al Cremlino ha aperto un solco profondo tra l’Ungheria e gran parte dell’Unione Europea. La sua visione di una politica estera autonoma, svincolata dalle direttive di Bruxelles, lo ha reso un punto di riferimento per i movimenti sovranisti e populisti in tutta Europa, che riconoscono in lui il simbolo di un’alternativa al modello liberale occidentale.
Sposato e padre di cinque figli, Orbán è un appassionato di calcio e di politica autoritaria di stile putiniano. La sua retorica si basa sulla difesa della famiglia tradizionale, sulla protezione dell’identità cristiana europea e sulla resistenza a quella che lui definisce l’ingerenza delle élite globaliste. Questi temi hanno garantito a Fidesz risultati elettorali plebiscitari: alle elezioni europee del 2024, il partito del premier ha conquistato il 52% delle preferenze, un successo che dimostra il consenso interno di cui gode, nonostante le critiche internazionali.



