Una nuova tassa di 2 euro su ogni pacco spedito con valore inferiore ai 150 euro potrebbe entrare in vigore dal primo gennaio 2026. La misura è contenuta in un emendamento governativo alla legge di bilancio attualmente in discussione al Senato, e rappresenta una delle modifiche dell’ultima ora introdotte dal governo per compensare altre voci di spesa.
A differenza di quanto inizialmente ipotizzato, questa tassa colpirà tutte le spedizioni, non solo quelle provenienti da paesi extra europei. Questo significa che il contributo di 2 euro si applicherà sia ai pacchi che arrivano dalla Cina tramite piattaforme come Shein o Temu, sia a quelli che partono e arrivano all’interno dell’Italia, inclusi gli acquisti su Amazon, eBay e tutti i negozi online nazionali.
La scelta di estendere la tassa a tutte le spedizioni, e non solo a quelle extra-UE, deriva da vincoli normativi europei. Il governo italiano non può infatti imporre una tassa solo sulle importazioni, perché questo equivarrebbe a introdurre un dazio, competenza esclusiva dell’Unione Europea. Per aggirare questo limite, la tassa è stata applicata indistintamente a tutti i pacchi, indipendentemente dalla loro provenienza.
L’emendamento governativo si inserisce in un contesto più ampio di riforma della manovra economica. La nuova tassa sui pacchi serve principalmente a compensare la cancellazione di un’altra misura fiscale, quella sui dividendi finanziari delle aziende, che era stata prevista nella prima versione della legge di bilancio e aveva suscitato numerose critiche. Insieme al raddoppio della Tobin Tax, la tassa sulle transazioni finanziarie che passerà dallo 0,2 allo 0,4 per cento, il governo conta di recuperare tra i 150 e i 200 milioni di euro all’anno.
Non è ancora chiaro chi dovrà materialmente sostenere il costo della tassa: se il consumatore finale, l’azienda venditrice o lo spedizioniere. Tuttavia, considerando le dinamiche di mercato, è probabile che i venditori tendano a trasferire questo costo aggiuntivo sui prezzi dei prodotti, con un impatto diretto sui consumatori che acquistano online.

La misura italiana si affianca a un’iniziativa europea già approvata lo scorso novembre durante l’Ecofin, la riunione dei ministri dell’Economia e delle Finanze dell’UE. I paesi membri hanno deciso di eliminare l’esenzione dai dazi doganali per i pacchi sotto i 150 euro provenienti da paesi extra-UE, anticipando una riforma originariamente prevista per il 2028. Questa decisione mira a contrastare l’enorme afflusso di merci a basso costo, soprattutto dalla Cina: nel 2024 sarebbero arrivati in Europa circa 4,6 miliardi di pacchi da paesi terzi, di cui il 91 per cento dalla Cina.
Le merci importate con valore inferiore ai 150 euro godevano dell’esenzione dai dazi all’interno dell’Unione Europea, ma l’esplosione degli acquisti online ha cambiato radicalmente lo scenario, rendendo necessario un intervento normativo. La Commissione Europea aveva già proposto un contributo forfettario di circa 2 euro per compensare l’enorme carico di lavoro delle dogane nel gestire questa mole di piccole spedizioni, ma la discussione su questo specifico aspetto è ancora in corso.
La proposta italiana ha uno scopo diverso da quella europea: mentre le misure comunitarie hanno l’obiettivo dichiarato di ostacolare gli acquisti dalla Cina e compensare gli oneri amministrativi, la tassa italiana nasce principalmente come strumento di gettito fiscale. Colpendo anche le spedizioni nazionali, la misura perde infatti la connotazione di contrasto alla concorrenza sleale dei prodotti cinesi e diventa essenzialmente uno strumento per fare cassa.
Il contributo di 2 euro sulle microspedizioni riguarderà dunque tutti i pacchi, compresi quelli che partono e arrivano in Italia. Secondo il bollettino statistico del Dipartimento delle Finanze, il raddoppio della Tobin Tax potrebbe portare coperture ulteriori alla manovra per circa 1,5 miliardi di euro in tre anni, rappresentando circa il 60 per cento dei fondi necessari per compensare lo stop alla doppia tassazione sui dividendi.
A questo punto dei lavori sulla Manovra, i margini sono molto stretti: ogni modifica deve rispettare l’equilibrio dei conti pubblici, quindi se si toglie una tassa se ne deve introdurre un’altra che raccolga gli stessi soldi. La tassa sui pacchi fa parte di un pacchetto di emendamenti proposto dal governo nelle ultime fasi della discussione in commissione Bilancio al Senato, che nei prossimi giorni chiuderà i lavori per passare l’esame del testo all’aula.
Sebbene si tratti ancora di un emendamento a un disegno di legge che deve essere approvato entro la fine dell’anno, le probabilità che la misura venga modificata sono ormai ridotte. La legge di bilancio deve essere approvata entro il 31 dicembre, e a questo stadio avanzato della discussione parlamentare è difficile che vengano introdotte variazioni sostanziali al pacchetto di emendamenti governativi.
L’introduzione di questa tassa rappresenta un cambiamento significativo per tutti coloro che acquistano online, un’abitudine sempre più diffusa tra gli italiani dopo la pandemia. Se la misura venisse definitivamente approvata, ogni piccolo acquisto online comporterebbe un costo aggiuntivo fisso di 2 euro, indipendentemente dal valore del prodotto acquistato, dal negozio scelto o dalla distanza percorsa dal pacco.
