Ogni anno l’annuncio del vincitore del Premio Nobel per la Pace cattura l’attenzione globale, celebrando coloro che hanno lottato attivamente per la fratellanza tra i popoli, la difesa dei diritti umani e la risoluzione dei conflitti. Tra i nomi che hanno più volte espresso il desiderio di questo prestigioso riconoscimento spicca quello del presidente americano Donald Trump. Con l’audacia che lo contraddistingue, Trump ha più volte dichiarato di aver concluso ben sette guerre, arrivando a vantarsi di averne fermata “una al mese” durante i suoi mandati alla Casa Bianca. Ma qual è la verità dietro queste affermazioni? E chi sono i sostenitori di Trump che lo hanno proposto per il Nobel?
Già nel 2018 e nel 2020 Trump aveva manifestato stupore per non aver ancora ricevuto il premio, a differenza di predecessori come Theodore Roosevelt, Thomas Woodrow Wilson, Jimmy Carter e Barack Obama. Le sue rivendicazioni includono la mediazione in conflitti tra Israele e Iran, Congo e Ruanda, Cambogia e Thailandia, India e Pakistan, Serbia e Kosovo, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian. Ha anche citato gli Accordi di Abramo, firmati nel 2020, come prova del suo impegno per la pace. Durante i suoi due mandati, Trump è stato proposto per il Nobel da almeno 15 personalità, la maggior parte delle quali appartenenti al suo staff o alla sua sfera politica.
La lista dei sostenitori al Nobel di Trump è variegata e in alcuni casi controversa. Tra i suoi più ferventi ammiratori figurano la deputata repubblicana Elise Stefanik, il segretario dell’Interno USA Doug Burgum, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz e il segretario americano al Tesoro Scott Bessent. Ma non solo: anche figure internazionali hanno avanzato la sua candidatura. Benjamin Netanyahu, premier israeliano e ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, lo premierebbe per gli sforzi nel rilascio degli ostaggi a Gaza. La giurista israeliana Anat Alon-Beck lo ha proposto per il tentativo di stabilizzare il Medio Oriente.
Curiosamente, lo stesso sostegno è arrivato anche dal premier cambogiano Hun Manet e dal capo di Stato maggiore pakistano Asim Munir, ma anche da leader con problematiche legate ai diritti umani, come il presidente azero Ilham Aliyev e quello della Repubblica Democratica del Congo Félix Tshisekedi. Persino l’ex segretario della NATO, Jens Stoltenberg, ha rivelato di aver ricevuto una telefonata da Trump in cui l’ex presidente esprimeva il desiderio di ricevere il premio.

In realtà, per quanto Donald Trump abbia coltivato attivamente l’immagine di un pacificatore globale, la maggior parte degli accordi da lui citati si sono rivelati precari, contestati o addirittura inesistenti come “guerre” nel senso stretto, come nel caso di Serbia e Kosovo.
I sostenitori di Trump vedono soprattutto negli Accordi di Abramo un capolavoro diplomatico, ma sancendo l’imposizione della legge israeliana in Cisgiordania e l’annessione del 30% dei territori palestinesi essi hanno inasprito ulteriormente le tensioni nella regione. La politica estera di Trump, definita “America First”, ha ricevuto critiche per l’approccio aggressivo verso la Cina, l’uscita degli USA dall’Accordo di Parigi sul clima, l’imposizione di dazi contro alleati storici e soprattutto per il suo supporto incondizionato a Netanyahu.
La sua retorica divisiva e le accuse di fomentare tensioni interne agli Stati Uniti hanno fatto storcere il naso a chi vede il Nobel come un premio per la pace globale, non per singole iniziative diplomatiche: secondo un recente sondaggio, il 76% degli Americani ritiene che il 47° presidente non meriti questo premio. Il supporto alla sua candidatura, spesso proveniente da alleati politici o da figure con i propri interessi, riflette più un’agenda politica che un riconoscimento universale di sforzi di pace duraturi e incondizionati.



