Quello che doveva essere un semplice passaggio di testimone tra due programmi di Rai3 si è trasformato in un durissimo scontro pubblico. Luca Barbareschi ha aperto la sua trasmissione puntando il dito contro Sigfrido Ranucci, lo storico volto di Report, accusandolo non solo di scarsa cortesia professionale per non averlo citato nei saluti finali, ma sollevando ombre ben più inquietanti che riguardano spionaggio e dossieraggio.
La scintilla è scoppiata quando Barbareschi ha rinfacciato a Ranucci un presunto controllo illecito sulla sua vita privata. Secondo l’attore, un consulente storico di Report, il commercialista Gian Gaetano Bellavia, lo avrebbe tenuto sotto controllo per lungo tempo.
Il nome di Barbareschi sarebbe infatti emerso tra i documenti riservati sottratti allo studio di Bellavia durante un recente furto di dati. L’accusa è pesante: Barbareschi sostiene di essere stato inserito in un elenco di “soggetti sensibili” analizzati dal perito, ipotizzando un legame poco chiaro tra inchieste giornalistiche e documenti giudiziari riservati.
La replica di Ranucci è stata immediata e tagliente. Il giornalista ha difeso a spada tratta il suo collaboratore, precisando che Bellavia non è un “dossierista” ma un tecnico che analizza carte per conto della magistratura, e che è lui stesso la vittima di un furto di dati. Ma il colpo di scena riguarda la strategia televisiva: Ranucci ha rivelato che sarebbe stato lo stesso Barbareschi a insistere per andare in onda subito dopo Report, così da sfruttare l’ampio numero di spettatori (il cosiddetto traino) che il programma d’inchiesta garantisce ogni settimana.
La polemica ha rapidamente valicato i confini degli studi televisivi per approdare in Parlamento. Da un lato, alcuni esponenti politici chiedono chiarimenti su un possibile “asse” tra procure e televisione pubblica; dall’altro, il sindacato dei giornalisti Rai ha espresso profonda preoccupazione per quello che definisce un attacco senza precedenti alla libertà di informazione, criticando il silenzio dei vertici aziendali. Quella che sembrava una lite per un mancato saluto è diventata lo specchio di una tensione profonda che agita i corridoi della TV di Stato, dove il confine tra diritto di cronaca e privacy si fa sempre più sottile.



