Alessandro Barbero rompe il silenzio e dichiara pubblicamente che voterà no al referendum sulla giustizia. Lo storico, molto seguito sui social, ha spiegato in un video le sue perplessità sulla riforma, scatenando un acceso confronto con Antonio Di Pietro, l’ex magistrato simbolo di Mani Pulite.
Barbero ha inizialmente evitato di esporsi, considerando il referendum ormai diventato una battaglia tra destra e sinistra. Ma dopo aver studiato la riforma, ha sentito la necessità di chiarire alcuni aspetti che ritiene fraintesi nel dibattito pubblico.
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Secondo lo storico piemontese, il referendum non riguarda davvero la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, perché questa separazione esiste già nella pratica. Oggi un magistrato sceglie all’inizio della carriera se fare il giudice o il pubblico ministero, può cambiare ruolo una sola volta e pochi lo fanno.
Il punto centrale è un altro: la trasformazione del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). Barbero ricorda che il Csm rappresenta uno dei pilastri della democrazia italiana, nato dopo il fascismo proprio per garantire l’indipendenza dei magistrati dal potere politico. Prima della Costituzione, infatti, era il ministro della Giustizia a controllare e punire i magistrati.
I padri costituenti avevano voluto un Csm composto principalmente da magistrati eletti dai colleghi, insieme a una componente di membri nominati dal Parlamento. Un equilibrio pensato per mantenere un dialogo con la politica senza creare subordinazione.
La riforma cambierebbe radicalmente questo sistema. Il Csm verrebbe diviso in due organismi separati, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Inoltre, nascerebbe una nuova Alta Corte disciplinare con poteri sanzionatori.
Ma il cambiamento più controverso riguarda la selezione dei membri togati: non più eletti, ma estratti a sorte. Barbero definisce questa scelta “una misura pazzesca”, mai utilizzata per organi di grande responsabilità. La giustificazione ufficiale è evitare le correnti politiche interne alla magistratura, ma secondo lo storico il rimedio sarebbe peggiore del male.
Con il sorteggio dei magistrati e la nomina governativa degli altri membri, avverte Barbero, il peso della componente politica aumenterebbe notevolmente, permettendo di fatto al governo di influenzare e sanzionare i magistrati “come in uno Stato autoritario”.
Pur riconoscendo che i sostenitori della riforma possono difenderla in nome dell’efficienza, Barbero conclude con un monito storico: le democrazie si indeboliscono un equilibrio alla volta, spesso attraverso riforme che appaiono tecniche e ragionevoli.
Antonio Di Pietro ha risposto senza mezzi termini. L’ex pm ha dichiarato di stimare Barbero, ma ha aggiunto una critica tagliente: “O non ha letto la riforma o si è fidato di qualche cartellone pubblicitario affisso alla Stazione Centrale di Milano”.
Riguardo al timore di un ritorno autoritario, Di Pietro sostiene che “nella riforma c’è scritto l’esatto contrario” e invita lo storico a leggere l’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo. Quindi conclude: “Se vuole, ne possiamo riparlare”.
