A un anno dalla scomparsa di Sammy Basso, i suoi genitori Laura Lucchin e Amerigo Basso aprono le porte della loro casa di Tezze sul Brenta, in provincia di Vicenza, e condividono rivelazioni intime sulla vita del figlio che ha ridefinito il significato di normalità e resilienza. Tra queste, l’esistenza di 14 lettere scritte di nascosto nel 2017 e un amore mai confessato che aggiunge una dimensione profondamente umana alla figura del giovane ricercatore.
Sammy Basso ci ha lasciati il 5 ottobre 2024, colpito da un malore durante il matrimonio di un amico. Aveva 28 anni ed era la persona con progeria più longeva al mondo. La progeria è una malattia genetica ultrarara che provoca invecchiamento precoce, con un’età media di sopravvivenza di appena 14 anni e mezzo. Ma Sammy non è mai stato solo un record medico: con le sue due lauree, la partecipazione a Sanremo, il viaggio sulla Route 66 e il suo impegno nella ricerca, ha dimostrato che i limiti possono essere superati.
Nella casa dei genitori, al primo piano di una villetta rosa, tutto parla ancora di lui. La sua stanza è rimasta praticamente intatta: “Tanti libri ho dovuto regalarli, lui leggeva tantissimo”, racconta la mamma Laura. Sulla tomba riposano una palla da baseball, una salamandra in miniatura e il Tao di San Francesco, oggetti che raccontano la complessità di un giovane che ha vissuto ogni istante con intensità.
“Non c’era mai silenzio a casa nostra”, spiega Laura con voce rotta dall’emozione. “Con Sammy si parlava, scherzava e rideva tutto il tempo, anche quando lavorava al PC sentivamo la sua energia. Questo silenzio per noi è assordante”. Amerigo aggiunge: “È stato un anno difficilissimo. Pensavo di poterci arrivare preparata, ma è una stupidaggine: quello che si prova quando accade è inimmaginabile”.
La scoperta più sorprendente è arrivata il giorno dopo la morte di Sammy. Mauro, il suo fisioterapista e confidente, ha consegnato ai genitori un pacchetto contenente 14 lettere che nessuno sapeva esistessero. Erano state scritte nel 2017, prima di un’operazione al cuore che gli dava il 50% di possibilità di sopravvivenza. “Come tirare una moneta, testa o croce”, commenta Amerigo. Una lettera descriveva la cerimonia funebre desiderata, una era per i genitori, altre per amici e colleghi ricercatori.
“Il contenuto lo stiamo scoprendo ora”, confessano i genitori, “perché alcuni destinatari hanno voluto condividere con noi qualche passaggio”. Durante i funerali, celebrati davanti a migliaia di persone, è stata letta la sua lettera d’addio in cui scriveva: “Non siate troppo tristi”. Un messaggio che rivela il suo rapporto sereno con la morte, maturato anche attraverso una fede profonda e intima con Dio.

Ma tra le rivelazioni più toccanti emerge quella di un amore mai dichiarato. “Ha raccontato di essersi innamorato, non sappiamo di chi”, confida Laura. “Forse aveva capito di non essere corrisposto e non è riuscito a esprimere i suoi sentimenti in maniera esplicita. Con noi non parlava di queste cose, ma sicuramente ci pensava. Gli sarebbe piaciuto avere dei figli e costruirsi una famiglia, pur sapendo che non era semplice”.
Il rapporto di Sammy con l’affetto era al centro della sua esistenza. “La parola che lo riassume meglio è amore“, spiega la madre. “Tra noi c’era un rapporto molto fisico, fatto di coccole e carezze. Ogni volta che incontrava un amico lo abbracciava e gli diceva: ‘Te vojo ben’. Abbracciava anche le persone appena conosciute. Dava tanto amore e lo chiedeva, perché ne aveva bisogno. A me lo domandava più volte al giorno: mi vuoi bene, mamma?”.
Sammy aveva affrontato anche momenti di crisi spirituale. A 12 anni, quando iniziò la cura sperimentale a Boston, si considerò ateo per un periodo. “Pensava che Dio l’avesse creato così perché aveva un progetto per lui, e la ricerca di una cura gli pareva contraria alla Sua volontà”, racconta Laura. “Ma si confrontava con i ricercatori, leggeva la Torah, imparava a memoria i versetti del Corano. Alla fine ha capito di essere profondamente cristiano”.
Il suo impegno umanitario era concreto. La crisi a Gaza gli stava molto a cuore: incontrando il cardinale Parolin aveva detto “Se posso fare qualcosa, tu usami”. Con il proprio corpo aveva fatto pace grazie alla psicoterapia, iniziata a quattro anni e mai interrotta. “Lo considerava un mezzo per fare ciò che desiderava”, spiega la madre. “La sua preoccupazione più grande era non poter più camminare: dopo la quarta lussazione dell’anca il rischio c’era”.
Dopo la sua morte, molti hanno proposto di avviare la causa di beatificazione. “Per noi è stranissimo perché è nostro figlio”, commenta Laura. “Abbiamo di lui un ricordo fisico, terreno, mentre dei santi abbiamo un’idea ultraterrena”. Amerigo aggiunge: “Significherebbe che ha fatto qualcosa di straordinario. Ma non ci pensiamo neanche lontanamente: se ne occuperà Dio”.
L’associazione Aiprosab, fondata insieme a Sammy per sostenere la ricerca sulla progeria, continua il suo lavoro. “Facciamo divulgazione e raccogliamo fondi per la ricerca”, spiegano i genitori. “Ma non possiamo farlo come lui che era biologo molecolare: dobbiamo trovare il nostro modo”. L’équipe di Boston sta sviluppando una tecnica rivoluzionaria per correggere la mutazione genetica responsabile della progeria, intervenendo sul DNA a livello di singola lettera su 3,2 miliardi.
“Sammy sapeva bene che per lui era troppo tardi”, conclude Amerigo, “ma lo faceva per gli altri. Per il futuro”. Un futuro che continua a costruirsi anche grazie alle sue lettere, ai suoi insegnamenti e a quell’amore incondizionato che chiedeva e donava ogni giorno, e che ora vive nel ricordo di chi l’ha conosciuto e amato.



