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Home » Attualità » “Sogno per il mio Iran una democrazia laica”: la storia di Farah Diba, l’imperatrice in esilio da 47 anni

“Sogno per il mio Iran una democrazia laica”: la storia di Farah Diba, l’imperatrice in esilio da 47 anni

Farah Diba, ex imperatrice dell'Iran in esilio dal 1979, studiò in una scuola italiana a Teheran. La sua storia tra arte, modernità e speranza per le donne iraniane.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene13 Gennaio 2026Aggiornato:13 Gennaio 2026
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Farah Diba in un ritratto ufficiale del 1973
Farah Diba in un ritratto ufficiale del 1973 (fonte: Ghazarians, Pubblico dominio / Wikimedia Commons)

Il 16 gennaio 1979, lo Shah di Persia e sua moglie Farah Diba lasciarono Teheran mentre la folla gridava “Il tiranno è scappato, il popolo ha vinto”. Dopo quella fuga precipitosa, in un’atmosfera che somiglia a quella di questi ultimi giorni, lo Shah e la Shahbanu vissero un esilio tormentato tra Egitto, Marocco, Bahamas, Messico e Stati Uniti, inseguiti da una condanna a morte in contumacia.

La shahbanu, che oggi ha 87 anni, ha pubblicato in questi giorni un video in cui parla della “luce che trionferà sull’oscurità e l’Iran risorgerà dalle sue ceneri”: parole che assumono particolare significato mentre suo figlio Reza Ciro Pahlavi, 65 anni, erede al trono del Pavone, viene indicato da alcuni come possibile candidato alla nuova guida di Teheran alla luce delle più recenti proteste.

In un’intervista rilasciata anni fa al Corriere della Sera, l’ex imperatrice raccontò di non aver mai avuto paura, né durante la fuga né dopo. “Non ho paura di morire. Anni fa scrissero al Guardian che mi avrebbero uccisa, allora il ministro degli Interni francese mi diede la scorta. Meglio morire così, colpita a morte, che di cancro… in ospedale”. I suoi occhi si riempirono di tristezza, forse in ricordo degli ultimi giorni con lo Shah malato di cancro, morto poi in Egitto.

Un dettaglio poco conosciuto della sua biografia riguarda l’Italia. Farah Diba studiò da bambina in una scuola italiana a Teheran, probabilmente gestita da suore italiane e gesuiti, prima di passare alla scuola francese Jeanne D’Arc. “Sì, quand’ero molto piccola frequentai per un paio d’anni la scuola italiana”, rivelò, spiegando che sua madre Aridah l’aveva iscritta lì perché avevano un bel pianoforte. “Voleva che studiassi musica ma a casa il pianoforte non c’era, e così mi esercitavo su quello del collegio, nel seminterrato”.

La sua educazione fu straordinariamente moderna per l’epoca. “Sono stata fortunata, sono stata cresciuta in modo moderno: mia madre, più di sessant’anni fa, mi fece fare la scout, praticare nuoto, giocare a basket. Ero capitano della squadra, numero 10, come Maradona… e Baggio”. Il riferimento al calcio italiano non era casuale: suo figlio Reza, che vive negli Stati Uniti, è un grande appassionato di calcio.

L’incontro con il destino avvenne a Parigi, dove studiava Architettura. “Abitavo nella Cité universitaire a sud della capitale, nel padiglione olandese perché quello degli studenti iraniani non c’era. Il primo incontro con lo shah avvenne all’ambasciata iraniana durante un ricevimento. Avevo comprato di corsa un abito nuovo e imparato a fare l’inchino”. Quando lo Shah le chiese cosa studiasse, rimase sorpreso nell’apprendere che frequentava Architettura. “Allora c’erano davvero poche donne architetto, non solo a Teheran”.

Cosa l’aveva conquistata dello Shah? “Il sorriso”, rispose senza esitazione, “bellissimo. Ma i suoi occhi erano tristi. E un giorno, anni dopo quel nostro primo incontro e poi le nozze, gli domandai: ‘Perché io?’ Lui rispose: ‘Mi sei piaciuta perché eri vera, autentica’”.

Le nozze del 21 dicembre 1959 fecero il giro del mondo. Lei indossava un abito di seta firmato Yves Saint Laurent per Dior, sul suo capo una corona di brillanti da due chilogrammi. Quando lui la incoronò imperatrice nel 1967, nominandola anche reggente, lei sentì che quel gesto aveva un significato più ampio. “In cuor mio era come se l’avesse messa sul capo di tutte le donne iraniane. Adesso chiunque ti può insultare in strada se non indossi il velo. Sogno per il mio Iran una democrazia laica“.

I festeggiamenti per i 2500 anni dell’Impero persiano nel 1971 furono criticati come un’esagerata esibizione di ricchezza, con 200 milioni di dollari di spesa: “Ci criticarono per tante cose… le uova di quaglia con il caviale… ma le celebrazioni erano state volute dallo shah per far capire al mondo che cos’era l’Iran, la sua ricchezza e la sua storia”, commentò lei.

Nei lunghi anni di esilio parigino, l’arte è stata il filo che l’ha tenuta in contatto con Teheran. Durante l’intervista non mostrava nessun gioiello a parte una spilla che riprendeva i confini dell’Iran nei colori della bandiera. E un particolare oggetto: un blocco di asfalto dalla Green Revolution, verniciato come un’opera d’arte. “Me l’hanno mandato dall’Iran”, spiegò con orgoglio.

“Iniziai acquistando arte iraniana alla prima Biennale di Teheran del 1962. Prima del progetto Teheran Museum of Contemporary Art lavorai all’idea di un museo del tappeto e un museo per la pittura Qajar, la dinastia che precedette quella dei Pahlavi”. L’arte, la musica classica con Pavarotti e Caruso, la Biennale di Venezia: queste le passioni che hanno accompagnato la sua vita in esilio.

Oggi divide il suo tempo tra Parigi e gli Stati Uniti, dove trascorre due mesi in primavera e altri due in autunno per stare accanto ai due figli rimasti, Reza e Farahnaz, e ai quattro nipoti. “Questo cagnolino me l’ha regalato mia nipote Noor”, raccontò riferendosi al piccolo animale che le fa compagnia dopo la perdita del precedente cane, vissuto diciassette anni.

Farah Diba ha conservato il fascino e la regalità di un tempo. “Bella io? Se guardo le immagini di quand’ero giovane, a sedici-diciassette anni, non lo ero affatto, poi nel tempo credo di essere diventata più raffinata… ed è quel che dicevo sempre a mia figlia Leila, che ora purtroppo non c’è più, lei che non si trovava abbastanza bella”.

Sono proprio i giovani e le donne a darle speranza per il futuro dell’Iran. “Sono proprio loro ad aver sofferto di più: insultate, imprigionate, con leggi che sono state cambiate a loro sfavore. Le donne di Teheran ora sanno che cos’era l’Iran, prima”, affermò con convinzione, guardando alle proteste che periodicamente scuotono il paese da cui fu costretta a fuggire 47 anni fa.

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