L’11 luglio 1995, la cittadina di Srebrenica, in Bosnia orientale, divenne teatro di uno dei crimini più gravi del dopoguerra europeo: il genocidio di oltre 8.000 uomini e ragazzi bosniaci musulmani. A trent’anni da quell’orrore, riconosciuto come genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 2007, il ricordo rimane un monito per la comunità internazionale.
Durante la guerra in Bosnia-Erzegovina (1992-1995), Srebrenica era stata dichiarata zona protetta dalle Nazioni Unite nel 1993, sotto la sorveglianza di un contingente olandese dell’UNPROFOR. Tuttavia, l’11 luglio 1995, le forze serbo-bosniache, guidate dal generale Ratko Mladić e supportate dal gruppo paramilitare degli “Scorpioni”, entrarono nella città.
Nei giorni successivi, separarono uomini e ragazzi, dai 12 ai 77 anni, da donne, bambini e anziani. Mentre questi ultimi venivano deportati, i maschi furono sistematicamente massacrati e sepolti in fosse comuni. La Commissione Bosniaca per le Persone Scomparse ha registrato 8.372 vittime, di cui circa 7.000 identificate tramite DNA, ma circa 1.000 risultano ancora disperse. Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia ha condannato figure chiave come Mladić e Radovan Karadžić, rispettivamente a ergastolo e 40 anni, per genocidio e crimini contro l’umanità.

Nonostante le sentenze, la negazione del genocidio persiste, specialmente in Serbia e nella Republika Srpska, dove leader politici e media minimizzano i fatti, alimentando il dolore dei sopravvissuti. Organizzazioni come le Madri di Srebrenica continuano a lottare per verità e giustizia, mentre circa 1.000 famiglie attendono ancora di dare sepoltura ai propri cari.
Nel 2024, l’Assemblea Generale dell’ONU ha istituito l’11 luglio come Giornata Internazionale di Riflessione e Commemorazione del Genocidio di Srebrenica, approvata con 84 voti a favore, nonostante l’opposizione di Serbia e Russia. La risoluzione condanna la negazione dei fatti e la glorificazione dei responsabili, sottolineando l’importanza di preservare la memoria storica.
Il fallimento dei caschi blu olandesi, incapaci di proteggere l’enclave, rimane una ferita aperta, simbolo delle lacune della comunità internazionale.



