È uno scontro senza precedenti quello che si sta consumando tra la Casa Bianca e la Federal Reserve. Al centro della tempesta c’è Jerome Powell, il presidente della banca centrale americana che Donald Trump aveva personalmente scelto durante il suo primo mandato e che ora si trova sotto inchiesta penale del Dipartimento di Giustizia. Un’escalation che potrebbe rivelarsi un clamoroso autogol per il presidente degli Stati Uniti.
L’indagine riguarda la ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede centrale della Federal Reserve a Washington. I procuratori contestano a Powell le dichiarazioni rilasciate al Congresso lo scorso giugno sui costi del maxi progetto, considerati eccessivi dall’amministrazione Trump. A luglio la spesa per il restyling dell’edificio costruito 88 anni fa era aumentata di 600 milioni di dollari rispetto alla stima iniziale di 1,9 miliardi.
La reazione di Powell non si è fatta attendere. In un messaggio video diffuso domenica sera, il banchiere centrale ha parlato di azione senza precedenti e ha accusato direttamente la Casa Bianca di usare la minaccia penale come leva politica per influenzare le decisioni sui tassi d’interesse.
“La minaccia di accuse penali è conseguenza del fatto che la Federal Reserve fissa i tassi sulla base della nostra migliore valutazione di ciò che serve al pubblico, invece di seguire le preferenze del Presidente”, ha dichiarato Powell. “Qui è in gioco la possibilità che la Fed continui a fissare i tassi sulla base delle evidenze e delle condizioni economiche, oppure che la politica monetaria venga indirizzata da pressioni o intimidazioni politiche.”
L’inchiesta è stata aperta a novembre dall’ufficio di Jeanine Pirro, procuratrice degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia. Venerdì scorso il Dipartimento di Giustizia ha notificato alla Federal Reserve dei mandati di comparizione del gran giurì. Trump ha dichiarato domenica di non sapere nulla dell’indagine, ma non ha perso l’occasione per attaccare ancora una volta quello che ormai chiama “Powell in ritardo”: “Non ne so niente, ma di certo non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici.”
Il soprannome “Too late” era stato affibbiato da Trump a Powell per accusarlo di essere troppo lento nel taglio del costo del denaro. Il presidente americano ha più volte sollecitato riduzioni dei tassi più rapide per dare maggiore slancio all’economia, arrivando a dichiarare in un’intervista a Politico che valuterà il successore proprio in base alla disponibilità a tagliare i tassi immediatamente.
Ma è proprio qui che la strategia di Trump potrebbe rivelarsi controproducente. Il mandato di Powell come presidente della Fed scade il 15 maggio 2026 e le probabilità di riconferma sono ovviamente nulle. Tuttavia Powell è anche membro del Board della banca centrale fino al 31 gennaio 2028, e come tale può restare fra i sette membri del consiglio che decide sui tassi d’interesse, anche a maggioranza, insieme a cinque presidenti delle Federal Reserve regionali.
Una presenza che si preannuncia ingombrante per il nuovo leader della Fed scelto da Trump. Disprezzato, insultato pubblicamente e ora perseguito in tribunale, Powell potrebbe infatti decidere di rimanere proprio per difendere quella indipendenza della banca centrale che lui stesso ora dichiara sotto attacco. Il banchiere può permettersi di sostenere una causa penale grazie al patrimonio accumulato a Wall Street prima di approdare alla Fed.
Nel suo videomessaggio, Powell ha rivendicato il suo operato: “Ho servito la Federal Reserve sotto quattro amministrazioni, repubblicane e democratiche. In ogni caso, ho svolto i miei doveri senza timori o favoritismi politici, concentrandomi esclusivamente sul nostro mandato di stabilità dei prezzi e massima occupazione. Il servizio pubblico a volte richiede di restare saldi di fronte alle minacce.”
La Federal Reserve opera con un doppio mandato: stabilità dei prezzi e piena occupazione, a differenza della Banca Centrale Europea che ha come obiettivo precipuo mantenere un’inflazione vicina e poco inferiore al target del 2 per cento. Lo strumento principale è il tasso di riferimento, che orienta il costo del denaro per famiglie e imprese.
I mercati finanziari hanno mostrato immediati segnali di nervosismo. Il prezzo dell’oro, bene rifugio per eccellenza, è salito al massimo storico toccando quota 4.600 dollari l’oncia con un rialzo di circa il 2 per cento. I futures sugli indici di riferimento di Wall Street indicano un’apertura in calo, segnalando preoccupazione per questo nuovo capitolo dello scontro tra Fed e Washington.
Alcuni senatori repubblicani hanno già minacciato di far mancare i voti per la conferma del successore di Powell, complicando ulteriormente lo scenario. La senatrice Lisa Murkowski si è detta pronta a votare contro le nomine del presidente in risposta a quella che considera un’ingerenza inaccettabile.
Antonio Tognoli, esperto di mercati finanziari e responsabile macro analisi di Cfo Sim, non ha dubbi sulla gravità della situazione: “È l’ennesimo capitolo, e crediamo il più inquietante fino ad ora, della guerra aperta tra Trump e l’indipendenza della Fed. Usare il Dipartimento di Giustizia come manganello perché la Fed non taglia i tassi quanto e quando vuole il Presidente è un precedente pericolosissimo. Non stiamo parlando di corruzione, insider trading o reati gravi: stiamo parlando di una testimonianza su costi di un cantiere che sono lievitati, cosa che capita nel 99 per cento dei grandi progetti pubblici.”
Dietro questo scontro istituzionale potrebbero celarsi le preoccupazioni della Casa Bianca per uno stato dell’economia meno brillante di quanto appaia. Settore tecnologico a parte, a metà del 2025 il prodotto lordo degli Stati Uniti era cresciuto di solo l’1,3 per cento in un anno. Le assunzioni rallentano e gli americani si dichiarano pessimisti sulle possibilità di trovare lavoro. Gli investimenti privati, sempre escluso il boom tecnologico, a luglio scorso erano in calo del 4 per cento sull’anno.
Trump vuole stimolare la domanda tagliando i tassi fino all’1 per cento, nonostante un’inflazione resa più minacciosa dai dazi. Fosse sicuro dello stato dell’economia, osservano gli analisti, il presidente non cercherebbe di piegare ogni strumento all’imperativo di evitare una disfatta alle elezioni di midterm. Il nervosismo della Casa Bianca emerge anche da altre mosse, incluso il tetto annunciato al 10 per cento agli interessi sulle carte di credito delle persone a basso reddito.
