La tensione tra Stati Uniti e Iran ha raggiunto un livello di allerta senza precedenti. Donald Trump ha lanciato un ultimatum a Teheran attraverso i social media, affermando che il tempo per raggiungere un accordo sul programma nucleare iraniano “sta per scadere” e minacciando un’azione militare di portata devastante se il regime degli Ayatollah non accetterà di negoziare.
Il presidente americano ha scritto: “Spero che l’Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo, niente armi nucleari, che sia vantaggioso per tutte le parti. Il tempo stringe, è davvero essenziale”. Trump ha poi fatto esplicito riferimento all’Operazione Martello di Mezzanotte, definendola “una distruzione totale dell’Iran”, e ha avvertito che “il prossimo attacco sarà molto peggiore”.
Le parole del presidente rappresentano il segnale più lampante finora circa l’intenzione di organizzare un attacco militare imminente se l’Iran si rifiutasse di negoziare. A rendere la minaccia concreta è il dispiegamento militare in corso nel Medio Oriente.
La portaerei USS Abraham Lincoln, che si trovava nel Pacifico, è arrivata nelle acque del Medio Oriente circondata da una flotta di dimensioni imponenti. Trump ha sottolineato che si tratta di un dispiegamento di forze superiore a quello inviato in Venezuela prima della rimozione di Nicolás Maduro, e che la flotta è “pronta a portare a termine le sue missioni con rapidità e violenza, se necessario”.
L’elemento che ha suscitato maggiore allarme tra gli osservatori internazionali è che la portaerei Lincoln è entrata nella cosiddetta modalità fantasma, un termine tecnico militare che indica quando le navi da guerra spengono tutti i sistemi elettronici diventando invisibili dal punto di vista delle comunicazioni e dei radar. Questa procedura viene normalmente adottata quando si sta preparando un attacco imminente.
I mercati finanziari hanno immediatamente reagito a questi sviluppi. Gli investitori internazionali hanno fatto salire il prezzo dell’oro oltre il record storico di 5.000 dollari, un segnale inequivocabile che assegnano un’elevata probabilità a una nuova operazione militare americana in Iran. L’attenzione dei mercati si è concentrata interamente sulla crisi in Medio Oriente, considerata dagli analisti finanziari come il rischio geopolitico principale del momento.
As the USS Abraham Lincoln is stationed in the Arabian Sea amid rising US-Iran tensions, Washington is moving more military assets into the region. What is being deployed, and what does it signal next?
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— Al Jazeera English (@AJEnglish) January 29, 2026
La risposta di Teheran non si è fatta attendere. L’ambasciata iraniana all’Onu ha pubblicato un messaggio in cui ricorda che “l’ultima volta che gli Stati Uniti si sono lanciati in guerre in Afghanistan e Iraq, hanno sperperato oltre 7.000 miliardi di dollari e perso più di 7.000 vite americane”. Il messaggio continua affermando che “l’Iran è pronto al dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci, ma se costretto, si difenderà e risponderà come mai prima”.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha precisato di non essere disposto a negoziare sotto minaccia, ma di essere disponibile a parlare senza precondizioni. Questi termini sarebbero stati comunicati tramite numerosi intermediari all’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff.
I diplomatici europei si aspettano che la crisi possa svilupparsi nel fine settimana e hanno rilevato segnali di nervosismo da parte di Israele circa la portata delle possibili rappresaglie iraniane. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha commentato la situazione affermando che “un regime che può mantenersi al potere solo con la forza bruta e il terrore contro la propria popolazione ha i giorni contati”.
Alcuni analisti vedono l’improvviso aumento della minaccia di Trump come un possibile diversivo per distogliere l’attenzione dalla situazione in Minnesota, dove il presidente sta vivendo un momento di pressione politica interna a causa della violenza perpetrata dagli agenti dell’ICE nello stato.
La questione iraniana appare quindi ben lungi dall’essere chiusa. Trump aveva già minacciato un castigo contro gli Ayatollah se avessero continuato a spargere sangue. L’attacco potrebbe concretizzarsi oppure questa potrebbe essere semplicemente una prova di forza, un’intimidazione per costringere il regime a cessare le stragi di civili e magari anche a operare un cambiamento interno nelle proprie politiche.
A differenza delle operazioni di cambio di regime che ebbero esiti infelici ai tempi di Bush in Iraq e Obama in Libia, Trump preferisce condizionare i regimi affinché cambino le loro politiche senza necessariamente rovesciarli. Resta da vedere se questa strategia di pressione massima porterà Teheran al tavolo delle trattative o se la crisi si evolverà verso un confronto militare aperto.



