Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è sbarcato a Roma questa mattina per una giornata che potrebbe cambiare le carte in tavola nel conflitto con la Russia. Dopo essere atterrato intorno alle 9:40, il leader di Kiev si è diretto a Castel Gandolfo dove ha parlato per mezz’ora con Papa Leone XIV. L’incontro si è concluso poco dopo le 10:30 e ora Zelensky è atteso a Palazzo Chigi dalla premier Giorgia Meloni.
La tappa italiana chiude un intenso giro diplomatico partito ieri a Londra. Zelensky ha prima visto il premier britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron a Downing Street. Poi è volato a Bruxelles per confrontarsi con il segretario generale della NATO Mark Rutte, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen.

Durante questi colloqui è emerso un risultato importante: il piano di pace proposto dagli Stati Uniti è stato rielaborato e ridotto da 28 a 20 punti. Zelensky ha spiegato che sono stati eliminati otto elementi considerati “anti-ucraini”. Questa nuova versione sarà presentata oggi stesso a Washington.
La revisione nasce dalle forti perplessità europee verso la proposta iniziale dell’amministrazione Trump di fine novembre, che accoglieva molte richieste di Mosca, compresa la cessione del Donbass alla Russia.
Mentre la diplomazia si muove, sul terreno la situazione resta molto difficile per l’Ucraina. Il capo di Stato maggiore russo Valery Gerasimov ha annunciato la conquista di tre località nella regione di Donetsk: Rovnoye, Rog e Gnatovka, tutte a est della città strategica di Pokrovsk. Secondo i russi, anche la parte sud di Mirnograd sarebbe sotto il loro controllo, rappresentando oltre il 30% degli edifici della città.
Il ministero della Difesa di Mosca ha rivendicato inoltre la presa di Orestopol, nella regione di Dnipropetrovsk, mentre fonti russe parlano di accerchiamento di Myrnohrad. Kiev però continua a smentire la caduta di Pokrovsk.
Ad oggi, Mosca controlla quasi un quinto del territorio ucraino, inclusa la Crimea annessa nel 2014. In particolare, tutta la regione di Luhansk è in mani russe, insieme all’80% del Donetsk e circa il 75% delle zone di Kherson e Zaporizhzhia.
Il nodo degli aiuti militari resta cruciale. Da marzo gli Stati Uniti hanno bloccato le forniture di armi a Kiev, e l’Europa sta tentando di compensare senza riuscirci completamente. L’Unione Europea ha proposto un prestito per la ricostruzione basato sugli asset russi congelati dalle sanzioni, idea sostenuta dal premier britannico Starmer che ritiene l’accordo vicino, nonostante non ci sia unanimità tra i paesi membri.
Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul si è mostrato scettico sulle possibilità di successo dei negoziati, viste le richieste russe di concessioni territoriali. Ha ribadito che “non sono ancora certo che alla fine si arriverà a un accordo di compromesso”, sottolineando che solo gli ucraini potranno decidere sul loro territorio. Germania, Francia e Regno Unito continuano comunque a sostenere Kiev.
Nel frattempo, la Lituania ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per via dei palloni aerostatici provenienti dalla Bielorussia, alleata della Russia. Questi palloni, che avrebbero trasportato merci di contrabbando, hanno costretto più volte alla chiusura dell’aeroporto di Vilnius e sono considerati una tattica di guerra ibrida.
Sul fronte umanitario, secondo il rapporto di Migrantes presentato oggi, le speranze dei rifugiati ucraini di tornare a casa si stanno affievolendo. La percentuale di chi progetta il ritorno è scesa dal 77% al 62%. A fine giugno 2025, l’UE allargata ospita oltre 4,4 milioni di rifugiati ucraini con protezione temporanea, 60mila in più rispetto a fine 2024. La Germania ne accoglie circa 1,2 milioni, la Polonia quasi un milione, l’Italia poco meno di 169mila.
Mentre Mosca continua a dire che “è ora che l’UE ascolti Trump se vuole salvarsi”, l’Europa cerca di mantenere compattezza nel sostenere l’Ucraina.



