Adelina Tattilo è stata una delle figure più controverse e rivoluzionarie dell’Italia del secondo Novecento. Nata a Manfredonia il 13 novembre 1928 e scomparsa a Roma il 1° febbraio 2007, questa editrice, giornalista e produttrice cinematografica ha trasformato il panorama culturale italiano attraverso una battaglia per la liberazione sessuale e dei costumi che ha diviso l’opinione pubblica per decenni. Considerata una delle trenta donne più influenti del pianeta negli anni Settanta, per alcuni ha fatto pornografia, per altri una piccola rivoluzione sociale che ha anticipato molte conquiste del femminismo.
La sua storia inizia in una famiglia cattolica osservante, “piccoloborghese” come lei stessa la definì, dove il padre Peppino Tattilo aveva rinunciato al titolo nobiliare di marchese per sostentare la famiglia dopo un incidente che aveva paralizzato il nonno di Adelina. Sua madre, Chiara Nenna, era figlia di un commerciante noto di Manfredonia. Trasferitasi a Roma nel quartiere Prati con i sette fratelli, Adelina ricevette un’educazione tradizionale: scuola pubblica fino ai 16 anni, poi un collegio di suore fino alla maturità. Di quell’epoca conserverà il ricordo di tutti i tabù vissuti sulla pelle: “Ero poco informata, mia madre per pudore mi nascondeva la verità”, raccontò in un’intervista del 1987 conservata nelle Teche Rai.
A 16 anni conosce Saro Balsamo, il suo dirimpettaio di origini siciliane, un anno e mezzo più giovane di lei. Si sposano giovanissimi e hanno presto tre figli: Fabrizio, Roberto e Manuela. Ma Adelina non ha alcuna intenzione di aderire al modello di donna che si occupa solo di casa, figli e messa. Negli anni Sessanta lancia insieme al marito Menelik, una rivista settimanale di fumetti erotici che raggiunge le 100.000 copie vendute alla settimana grazie al personaggio di Bernarda. Nel 1965 pubblicano Big, settimanale musicale rivolto agli adolescenti con un taglio più politico rispetto a riviste simili come Ciao amici, che arriva a vendere 450.000 copie alla settimana nel 1966 e risponde anche a domande sul sesso.
Un anno dopo nasce Men, una collezione settimanale di foto di donne nude, seguito nel 1967 da Playmen, ispirato al Playboy di Hugh Hefner che all’epoca era bandito in Italia. Il lancio costa 640.000 dollari, ma già nel 1971 la rivista ne vale 1.600.000. Tuttavia le operazioni economiche sconsiderate del marito, tra fallimenti bancari e speculazioni eccessive, dissipano parte del patrimonio. Nel 1969 arriva il divorzio: Saro va a Milano e fonda Le Ore, mentre Adelina ottiene ironicamente proprio Playmen grazie alla sentenza dei giudici.
È l’inizio della sua ascesa personale. Adelina prende decisioni editoriali radicali: invece di seguire il gusto americano incentrato su “donne con seni enormi, tipo balie, con un aspetto materno e rassicurante” come dichiarò al Time nel 1971, stabilisce paletti di eleganza, bellezza e raffinatezza selezionando personalmente le celebrità in copertina. Il risultato è straordinario: Pamela Villoresi, Giovanna Ralli, Patty Pravo, Ornella Muti, Amanda Lear, Lilli Carati, Edwige Fenech, Ursula Andress sfilano sulle copertine, insieme a scoop internazionali come le foto di Brigitte Bardot in topless scattate da paparazzi di cui non rivelò mai il nome, o il clamoroso topless di Jackie Onassis a largo di Skorpios.
Ma Playmen non è solo erotismo: tra le foto scorrono articoli delle firme più celebri della cultura italiana, da Maurizio Costanzo a Italo Calvino, Alberto Moravia, Dacia Maraini, i disegni di Altan firmati con pseudonimo, dibattiti politici, letteratura, interviste approfondite, persino psicanalisi. Adelina trasforma la donna da oggetto del desiderio maschile a protagonista, dando voce all’erotismo e al piacere femminile. Porta avanti battaglie legate al divorzio, all’aborto e all’omosessualità, anticipando conquiste sociali che sarebbero arrivate solo anni dopo.
Il momento d’oro arriva con tirature record di 450.000 copie settimanali, ed edicole prese d’assalto dai lettori. “The Hugh Hefner of Italy is a blonde” la definisce il Time, consacrandola regina della stampa erotica. Gli americani parlano ironicamente di “guerre pubiche” quando Playmen sbarca negli Stati Uniti e i tycoon si ritrovano ad affrontare la concorrenza italiana. Il benessere economico di Adelina cresce con acquisti immobiliari, auto di lusso, uffici scenograficamente rinnovati.
Nel maggio 1974 lancia Libera – Il giornale della donna moderna, rivista rivolta alla borghesia femminista di cui diventa direttrice responsabile. La pubblicazione mescola temi politici e femministi a immagini di nudo maschile e servizi di moda, attirando le critiche dell’ala più oltranzista del movimento. Grazia Francescato, direttrice di Effe, considera Libera espressione di “uno pseudo-femminismo pericolosissimo, perché impostato tutto su una falsa liberazione sessuale”. Adelina risponderà anni dopo: “Io ritengo di essere nata strutturalmente femminista, in quanto da sola, senza nessuna lotta, mi sono mossa fin dall’infanzia”.
Nel 1976 contribuisce al libro Prendine mille e una, ma non sposarne alcuna con Luigi Silori, raccolta di interviste irriverenti sul matrimonio a donne celebri come Mirella Freni, Luisa Spagnoli, Oriana Fallaci e Vittoria Ronchey. Nello stesso anno coproduce il film Stato interessante, sceneggiato anche da Maurizio Costanzo, incentrato sul tema dell’aborto attraverso tre gravidanze indesiderate in diversi strati sociali. La sua casa editrice si introduce nel mercato librario con opere come il Dizionario della Letteratura Erotica, La marijuana fa bene e Playdux (1973), una storia erotica del fascismo.
Negli anni Novanta crea insieme ad Alessandro Malatesta (pseudonimo di Alessandro Clericuzio) Adam, la prima rivista di nudo maschile rivolta al mondo gay, che esce per cinquanta numeri in circa cinque anni riscuotendo grande successo. In un numero usa una vignetta di Tex Willer in versione omosessuale: il creatore del fumetto, divertito dall’idea, decide di non chiedere i diritti d’autore per non rischiare di passare per omofobo.
Ma l’epoca d’oro sta tramontando. L’editoria hard italiana, che negli anni Settanta vale 180 miliardi di lire, viene soppiantata dai programmi televisivi come Colpo Grosso e dal porno in VHS. La Tattilo Editrice si riconverte parzialmente, ma Playmen chiude definitivamente nel 2001, quando Internet ha reso il sesso una merce piatta e accessibile.
Adelina Tattilo muore il 1° febbraio 2007 presso la casa di cura Villa Flaminia a Roma, all’età di 78 anni, per l’aggravamento di una malattia incurabile. Lascia tre figli che già da tempo seguivano l’impresa editoriale di famiglia. La sua storia, a lungo dimenticata, rivive oggi nella serie Netflix Mrs Playmen di Riccardo Donna, presentata alla Festa del Cinema di Roma e disponibile dal 12 novembre, con Carolina Crescentini nei panni dell’editrice. La serie non si limita a raccontare una donna che ha sfidato l’universo maschile: racconta una storia di autodeterminazione che interroga il presente. Come sottolinea la stessa Crescentini: “Dopo 50 anni siamo ancora messi così. La vicenda di Adelina Tattilo è la storia di un’autodeterminazione, ma mettendomi a studiare ho notato che siamo ancora fermi, che il passato è ancora qui, nel 2025”.



