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Home » Cultura » Storia » La resa del Giappone era già scritta, ma i “soldati fantasma” continuarono a combattere

La resa del Giappone era già scritta, ma i “soldati fantasma” continuarono a combattere

1945: il Giappone si arrende ma migliaia di soldati non lo sanno. Alcuni resistono nella giungla per 30 anni. Ecco le loro storie incredibili.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino2 Settembre 2025
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I delegati giapponesi pronti alla resa
I delegati giapponesi pronti alla resa (fonte: Army Signal Corps Collection in the U.S. National Archives)

Il 2 settembre 1945, il Giappone si arrese formalmente agli USA, dichiarando ufficialmente persa (e finita) la Seconda Guerra Mondiale. Il documento venne firmato sulla portaerei Missouri dai delegati giapponesi, tra cui il ministro degli esteri Mamoru Shigemitsu, e dalle alte cariche alleate, guidate dal generale Douglas MacArthur, che rappresentava gli USA. Questo fu l’atto conclusivo di una catena di eventi che partì il 15 agosto con lo storico discorso dell’imperatore Hirohito alla nazione.

Resa Giappone
Resa Giappone (fonte: La Repubblica)

Al momento della resa ufficiale, circa due milioni di soldati giapponesi si trovassero ancora fuori dal Giappone, sparsi tra la Cina, la Manciuria e le isole del Pacifico. La maggior parte di questi militari si arrese entro la fine del 1945, ma migliaia continuarono a combattere per mesi o addirittura anni.

Alcuni esempi sorprendenti: 6.000 soldati sull’isola di Bali si consegnarono solo nel febbraio 1946, mentre un’intera divisione di 15.000 uomini in Manciuria resistette fino al dicembre 1949. Nelle Filippine, nell’agosto 1946, almeno 4.000 giapponesi risultavano ancora in armi.

I casi più straordinari riguardano i cosiddetti “soldati fantasma”. Questi uomini avevano ricevuto l’ordine di “resistere a oltranza” nella primavera del 1945, ma non avevano mai sentito il successivo annuncio di resa.

Il sergente Shoichi Yokoi fu catturato il 24 gennaio 1972 sull’isola di Guam da due pescatori locali. Per 28 anni aveva vissuto nascosto nella giungla, nutrendosi di corteccia d’albero e vestendosi con fibre di ibisco. Aveva paura di tornare perché temeva di essere considerato un disertore. Quando fu riportato in Giappone, venne accolto come un eroe e ricevuto dall’imperatore.

La storia più famosa, però, è quella del tenente Hiroo Onoda, che resistette per 30 anni sull’isola di Lubang, nelle Filippine. Insieme alla sua pattuglia di quattro uomini, continuò a condurre azioni di guerriglia, convinto che la guerra fosse ancora in corso. I suoi compagni morirono uno dopo l’altro negli scontri con le forze locali, ma Onoda non si arrese mai.

Hiroo Onoda
Hiroo Onoda (fonte: El Pais)

Non credette ai volantini lanciati dagli americani nel 1952, pensando fossero propaganda nemica. Non diede retta nemmeno alle spedizioni giapponesi inviate a cercarlo. Per lui contavano solo gli ultimi ordini ricevuti: “Mantenere le posizioni, aspettare rinforzi, non arrendersi mai”.

Solo nel 1974, grazie all’intervento di un avventuriero giapponese che rintracciò il suo ex comandante, Onoda ricevette finalmente l’ordine ufficiale di cessare le ostilità.

L’ultimo caso riconosciuto fu quello di Teruo Nakamura, un soldato di origine taiwanese che si arrese il 18 dicembre 1974 sull’isola indonesiana di Morotai. Consegnò il suo fucile, conservato con cura in un panno intriso di olio, insieme a cinque proiettili. Il governo giapponese risolse la questione pagandogli tutti gli stipendi arretrati.

 

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