La notizia ha suscitato stupore e commozione in tutta Italia: Enrica Bonaccorti ha reso pubblica la sua battaglia contro un tumore al pancreas, una diagnosi che ha tenuto segreta per quattro lunghi mesi. Dopo l’annuncio iniziale sui social, la conduttrice ha scelto il TG1 della Rai per raccontare la sua verità, condividendo con il pubblico non solo i dettagli della malattia, ma soprattutto l’impatto psicologico devastante che una diagnosi del genere può avere sulla vita di una persona.
Nel corso dell’intervista, Bonaccorti ha utilizzato parole forti per descrivere il suo stato d’animo: “Mi sono come congelata, non provo paura né tristezza, ma avverto come un’assenza”. Un’espressione che fotografa perfettamente quel meccanismo di difesa emotiva che molti pazienti oncologici sperimentano di fronte a una diagnosi shock. Non è disperazione, non è terrore puro: è una sorta di sospensione emotiva, un limbo psicologico in cui il cervello si protegge dall’impatto di una notizia troppo grande da elaborare immediatamente.
La conduttrice ha spiegato che per circa quattro mesi ha preferito ritirarsi in un silenzio totale, isolandosi persino dagli amici più cari, senza rispondere alle chiamate né ai messaggi. Questo silenzio non doveva annullare la realtà della malattia, ma darle il tempo necessario per metabolizzare la scoperta, per trovare un equilibrio interno prima di affrontare il mondo esterno. “È da tanto che non ci sentiamo e non ci vediamo, né qui né in televisione”, aveva scritto su Instagram, spiegando ai suoi follower la ragione della sua improvvisa scomparsa dalle scene pubbliche.
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Durante l’intervista al TG1, Enrica Bonaccorti ha fatto un riferimento significativo a Eleonora Giorgi, l’attrice scomparsa pochi mesi fa proprio a causa di un tumore al pancreas: “L’organo è lo stesso di Eleonora: lei aveva un tale spirito, una tale forza. Non credo che sarò mai così, come lei“. Un omaggio commovente e al tempo stesso un’ammissione di vulnerabilità che rende la conduttrice ancora più vicina al suo pubblico.
La terapia che sta affrontando è evidentemente pesante. La parrucca che indossa testimonia gli effetti visibili della cura: “Non sono disperata, le cure che faccio sono pesanti ma sto reagendo bene. Ho una bella, beh insomma bella, parrucchetta in testa“, ha dichiarato con un tentativo di ironia che non nasconde la durezza del momento. La sua unica ragione di vita, ha confessato, è la figlia: “Averla vicina mi dà molta forza. Certo, abbiamo avuto una tegola in testa, ma la dobbiamo affrontare con serenità”.
Il tumore al pancreas è considerato uno dei “big killer” del mondo oncologico, una delle neoplasie più letali e difficili da combattere. Questa malattia rappresenta oggi la quarta causa di morte per cancro nelle donne e la sesta negli uomini, con una sopravvivenza a cinque anni di appena l’8% nei pazienti che non possono essere operati chirurgicamente. Quando invece è possibile ricorrere all’intervento, la percentuale di sopravvivenza sale fino al 25%, un dato che sottolinea l’importanza cruciale della diagnosi precoce.
Una delle ragioni per cui questo tumore è così pericoloso, come dimostra anche la morte di un altro personaggio televisivo molto amato, Paola Marella, scomparsa per un adenocarcinoma duttale, risiede nelle sue difficoltà diagnostiche. Spesso viene scoperto quando è già in stadio avanzato, quando le possibilità terapeutiche sono più limitate. I sintomi iniziali sono vaghi e aspecifici, facilmente confondibili con altri disturbi meno gravi, e questo ritarda la diagnosi in moltissimi casi. Quando la malattia viene finalmente identificata, richiede trattamenti aggressivi con effetti collaterali molto impattanti sull’organismo, come la chemioterapia che causa la perdita dei capelli e numerosi altri disturbi fisici.
Le previsioni per il futuro non sono incoraggianti: secondo gli esperti, si stima che entro il 2030 il tumore al pancreas diventerà la seconda causa di morte per cancro a livello globale. Tuttavia, nuovi studi stanno aprendo scenari interessanti, come l’impiego di un vaccino.
Per il tumore al pancreas non esiste un vero programma di screening come per altre neoplasie, ma si può parlare di sorveglianza e soprattutto di riduzione dei fattori di rischio. Tra i principali elementi che aumentano la probabilità di sviluppare questa malattia ci sono il fumo di sigaretta, il sovrappeso e, in generale, stili di vita poco salutari come l’abuso di alcol, la scarsa attività fisica e un’alimentazione povera di nutrienti e ricca di grassi saturi.



