Kathryn Bigelow ha passato la sua infanzia nascosta sotto un banco di scuola. Era la California dei primi anni Sessanta, in piena guerra fredda, e le esercitazioni duck and cover insegnavano ai bambini come proteggersi da un attacco nucleare. Decenni dopo, quella stessa ragazzina spaventata è diventata la prima donna a vincere l’Oscar per la miglior regia con The Hurt Locker, e ora torna a confrontarsi con quell’incubo sepolto nella memoria collettiva.
Il suo nuovo film, A House of Dynamite, disponibile su Netflix, è una risposta tardiva a quelle domande infantili mai risolte. La pellicola, infatti, racconta la storia di un missile nucleare lanciato contro una città americana e delle conseguenze che ne derivano. Con Idris Elba nei panni del presidente degli Stati Uniti e Rebecca Ferguson in quelli di un’analista della sicurezza della Casa Bianca, il film ricostruisce con dettagli meticolosamente documentati lo stesso incubo vissuto da prospettive multiple. Chi ha lanciato il missile non viene mai chiarito, ma le rappresaglie vengono comunque preparate. In questo modo la Bigelow non cerca di rassicurare lo spettatore. Al contrario, vuole che il pubblico condivida la sua preoccupazione.
Qualcuno che conosco ha detto che la bomba per il pubblico è rendersi conto che tutto questo è possibile. Sono contenta se le persone escono dal cinema preoccupate quanto me. Viviamo in un’epoca in cui sui nostri telefoni nulla è troppo scandaloso e tutto ci rende furiosi, eppure ignoriamo completamente un arsenale nucleare capace di rendere irrilevanti tutti i nostri drammi digitali. È l’unica cosa di cui non parliamo mai, figuriamoci mettere in discussione. Là fuori è un silenzio assordante. Non è su TikTok, quindi non esiste.
La scelta di questo tema e l’approccio utilizzato, però, non devono certo stupire. La carriera di Kathryn Bigelow, infatti, si è sempre distinta per la sua singolarità. È una delle poche registe in attività ad aver scalato il Kilimangiaro, e rimane una delle figure più controverse del cinema contemporaneo. Andando oltre la tradizione di Hollywood, poi, ha costruito la sua reputazione in quelli che venivano considerati generi maschili: Blue Steel come film poliziesco, Point Break come pellicola di rapine con surfisti. Successivamente ha affrontato temi politicamente spinosi con The Hurt Locker, con cui ha vinto (prima donna della storia) , l’Oscar alla regia, e Zero Dark Thirty, ambientati durante le guerre americane in Iraq e Afghanistan.

Parte del motivo per cui la sua carriera è stata un gigantesco test di Rorschac, però, è la sua riluttanza a dire troppo. Anche i suoi film lasciano spazio alla riflessione, proprio come i suoi personaggi tendono a non avere storie pregresse dettagliate. Eppure la sua biografia personale sembra un percorso di briciole significative. Era timida a scuola. Sua madre era insegnante di inglese, suo padre dirigeva una fabbrica di vernici. Figlia unica, ha raccontato di essere diventata quasi coetanea dei miei genitori in quella situazione.
Negli anni Settanta diventa un’artista a New York, vivendo e lavorando nella scena downtown. Philip Glass era un amico, Cindy Sherman una vicina. Ma è una conversazione con Andy Warhol a convincerla definitivamente a lavorare con il cinema.
Il mondo dell’arte sembrava rarefatto. Tutto si basava su conoscenze preesistenti. Ma il cinema attraversava ogni linea culturale e di classe, e potevi semplicemente buttarti. Era molto più eccitante comunicare così.
Negli anni Novanta il suo talento diventa evidente e riconosciuto. Blue Steel e Point Break la rendono una favorita sia tra i teorici postmoderni che tra il pubblico dei multiplex. Ma quella trasgressività che tanto intrigava ha causato anche problemi. Il suo thriller tecnologico Strange Days del 1995, ad esempio, ha attirato lamentele per una scena di violenza sessuale. Poi è arrivato K-19: The Widowmaker, la storia vera di un sottomarino nucleare sovietico danneggiato nel 1961, il cui equipaggio muore prevenendo un incidente che avrebbe potuto scatenare la terza guerra mondiale.
Quel film, come A House of Dynamite oggi, riporta l’attenzione sul potenziale catastrofico delle armi nucleari. Ma mentre allora si parla del passato, oggi la Bigelow vuole scuotere il presente. La regista insiste sul fatto che il suo nuovo lavoro riguarda il periodo che preferisce per i suoi film: adesso, questo momento preciso. In un’era di ironie digitali e indignazioni online, dunque, ci ricorda che esiste una minaccia reale, tangibile e terribilmente silenziosa che potrebbe rendere tutto il resto irrilevante in pochi minuti.



