Sono passati 35 anni da quando “Il silenzio degli innocenti” conquistò le sale cinematografiche. Era il 14 febbraio 1991, un San Valentino insolito per un film così inquietante. Oggi, chi ha realizzato quel capolavoro del thriller ammette pubblicamente un problema che per decenni è rimasto sommerso: la rappresentazione dannosa e stereotipata delle persone transgender.
A parlare per la prima volta è Ted Levine, l’attore che interpretò Buffalo Bill, il serial killer protagonista della storia. In un’intervista a The Hollywood Reporter, Levine non usa mezzi termini: “Ci sono aspetti del film che non reggono più. Oggi conosco molto meglio le questioni transgender. Alcune battute di quella sceneggiatura sono sfortunate”. E poi aggiunge una dichiarazione ancora più diretta: “È sbagliato, fo**u**mente sbagliato. E potete citarmi”.
Il film, tratto dal bestseller di Thomas Harris e diretto da Jonathan Demme, racconta di Clarice Starling (Jodie Foster), una giovane agente dell’FBI alle prime armi che deve catturare Buffalo Bill, un assassino che uccide donne per scuoiarle. Per capire come ragiona il criminale, Clarice consulta Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), un cannibale psichiatra rinchiuso in carcere.
Il personaggio di Buffalo Bill, il cui vero nome è Jame Gumb, non viene mai esplicitamente definito transgender nel film. Eppure nel corso degli anni la comunità LGBTQ+ ha criticato duramente quella rappresentazione: un serial killer che vuole “diventare donna” e per farlo uccide altre donne, un’immagine che ha alimentato pregiudizi e paure infondate verso le persone trans.
Levine oggi spiega che all’epoca non aveva dubbi sul personaggio, ma che il tempo e l’esperienza gli hanno aperto gli occhi: “Nel corso degli anni ho lavorato con persone transgender e ho capito meglio la cultura e il vero significato dell’identità di genere”. L’attore chiarisce anche come aveva costruito il personaggio: “Non l’ho interpretato come gay o trans. Pensavo fosse un uomo eterosessuale profondamente disturbato”.
“Il silenzio degli innocenti” fu un fenomeno culturale senza precedenti. Uscito in pieno inverno, quando Hollywood evitava di lanciare i titoli importanti, divenne il quinto film più visto del 1991 con 272 milioni di dollari di incassi globali (equivalenti a 659 milioni di oggi). Ma il vero trionfo arrivò agli Oscar: fu solo il terzo film nella storia a vincere tutti e cinque i premi principali (miglior film, regia, attore, attrice, sceneggiatura). Ancora oggi viene considerato l’unico horror ad aver conquistato la statuetta per il miglior film.
Questo successo planetario ha però amplificato l’impatto negativo della rappresentazione di Buffalo Bill. Milioni di persone hanno visto quel personaggio, e molte frasi sono entrate nel linguaggio comune, come quella inquietante battuta rivolta alla vittima: “Si mette la crema sulla pelle, altrimenti prende di nuovo il tubo”.
Anche Edward Saxon, produttore del film e collaboratore storico di Demme (scomparso nel 2017), esprime oggi il suo dispiacere: “Eravamo fedeli al libro. Nella nostra mente Buffalo Bill era una personalità completamente aberrante, non era gay né trans. Era malato”. Il problema, ammette Saxon, è che la squadra creativa non capì l’impatto che avrebbe avuto: “Non siamo stati abbastanza sensibili all’eredità degli stereotipi e al loro potere di fare male”.
Saxon sottolinea che nessuno nel team aveva intenzioni malevole: “Avevamo tutti amici e familiari gay. Pensavamo che sarebbe stato chiaro che Buffalo Bill prendeva cose diverse dalla società a causa di una patologia malata”. Il produttore, il cui film successivo con Demme fu “Philadelphia” (1993, sulla discriminazione contro un avvocato gay con HIV), riconosce che quella sensibilità allora mancava.
Il film continua a essere parte della cultura popolare. L’American Film Institute ha nominato Hannibal Lecter il cattivo numero uno della storia del cinema. Persino Donald Trump, durante la campagna presidenziale del 2024, ha citato più volte il personaggio, associandolo ai migranti in modo che Saxon definisce “perverso quanto tutto ciò che siamo riusciti a inventare nel film”.
Nonostante i pentimenti, Levine conserva ricordi positivi della lavorazione: “Jonathan è un uomo meraviglioso e quel film è stata una grande esperienza, probabilmente la migliore che abbia mai avuto“.
Resta il fatto che “Il silenzio degli innocenti”, oltre a essere un capolavoro tecnico e narrativo, rappresenta anche un esempio di come il cinema possa involontariamente contribuire a danneggiare intere comunità attraverso stereotipi. Il riconoscimento pubblico di questi errori, 35 anni dopo, è un passo importante ma tardivo in un dibattito sulla rappresentazione che oggi è più vivo che mai.
