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Home » Spettacolo » Lady Macbeth alla Scala: l’opera erotica censurata da Stalin che terrorizzò il regime sovietico

Lady Macbeth alla Scala: l’opera erotica censurata da Stalin che terrorizzò il regime sovietico

Lady Macbeth, l'opera di Šostakovič vietata da Stalin per 30 anni debutta stasera nella versione originale alla Scala. Regia Barkhatov, dirige Chailly.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino7 Dicembre 2025
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dmitrij sostakovic
Dmitrij Šostakovič (fonte: Pubblico dominio)

Il Teatro alla Scala si prepara a una prima carica di tensione emotiva e significato storico. Per la prima volta sul palcoscenico del Piermarini arriva la versione originale di “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk”, il capolavoro di Dmitrij Šostakovič che il regime sovietico definì troppo pericoloso per essere rappresentato. Un’opera che costa al suo autore quasi la vita e che rimase vietata in Unione Sovietica per trent’anni, dal 1936 al 1963.

La scelta di inaugurare la stagione con questo titolo, nel cinquantesimo anniversario della morte del compositore, rappresenta un atto di coraggio culturale. Il sovrintendente Fortunato Ortombina, alla sua prima inaugurazione del 7 dicembre, non nasconde l’entusiasmo: “Sarà una serata clamorosa. La Lady Macbeth è tra le opere più importanti del Novecento, per me una delle più importanti di sempre”. E aggiunge una previsione audace: “Sono convinto che anche Šostakovič sia sulla buona strada per diventare un profeta nel tempo come Mozart e Verdi”.

La vicenda di quest’opera è intrisa di dramma quanto la trama che racconta. Quando debuttò il 22 gennaio 1934 al Teatro Maly di Leningrado, diretta da Samuil Samosud, Šostakovič non aveva ancora trent’anni e sognava di inaugurare una tetralogia operistica dedicata a figure femminili, una sorta di Ring sovietico di cui Lady Macbeth sarebbe stato il primo capitolo. Il successo fu immediato e travolgente: nei due anni successivi alla prima, l’opera raccolse 83 repliche a Leningrado e 97 a Mosca, conquistando anche i palcoscenici internazionali da New York a Buenos Aires, da Zurigo a Praga.

Ma il 26 gennaio 1936 tutto cambiò. Stalin assistette a una rappresentazione al Teatro Bolšoj di Mosca e abbandonò la sala alla fine del terzo atto, profondamente irritato. Due giorni dopo, sulla Pravda, il giornale ufficiale del Partito Comunista, apparve un articolo devastante dal titolo emblematico: “Caos anziché musica”. L’autore era David Zaslavsky, ma l’ispirazione veniva direttamente da Stalin. Per spregio, il nome del compositore non fu nemmeno menzionato.

L’opera venne bollata come esempio di arte degenerata e formalista, accusata di essere “inadatta al popolo sovietico” per la sua violenza, il suo erotismo esplicito e il suo realismo spietato. Šostakovič, fino ad allora astro nascente della musica sovietica, fu costretto a un doloroso silenzio forzato. Ritirò la Quarta Sinfonia già pronta per la prima e vide Lady Macbeth sparire completamente dai cartelloni. Temendo per la propria vita e quella dei familiari, il compositore dovette attendere la morte di Stalin per osare riprendere in mano questo lavoro “maledetto”.

La trama dell’opera è ambientata nella Russia zarista dell’Ottocento e si ispira all’omonimo racconto di Nikolaj Leskov del 1865. Narra la vicenda di Katerina Izmajlova, giovane donna costretta a un matrimonio infelice con un possidente debole e sottomessa alle angherie del suocero tirannico. La passione travolgente per il garzone Sergej la trascina in una spirale di violenza: avvelenamenti, omicidi, vendette e una tragica fine in Siberia. Una sorta di tragedia verista russa, intrisa di eros e morte.

Dal punto di vista musicale, Lady Macbeth rappresenta uno dei vertici della produzione di Šostakovič e una delle opere più innovative del Novecento. Celebre è il glissando “osceno” dei tromboni che accompagna l’amplesso tra Katerina e Sergej, un’audacia che nel 1934 lasciò il pubblico senza fiato. Sul piano vocale non ci sono arie tradizionali: i cantanti si esprimono in un declamato drammatico incalzante che segue da vicino il ritmo narrativo, elevandosi in ampi momenti cantabili quando l’emozione raggiunge il culmine.

Solo nel 1962 Šostakovič realizzò una versione rivista dell’opera, edulcorata nei punti più scabrosi e con alcune modifiche sostanziali, tra cui due intermezzi orchestrali completamente nuovi. Questa versione, intitolata “Katerina Izmajlova” dal nome della protagonista, venne presentata a Mosca l’8 gennaio 1963. La Scala cercò in quegli anni di ottenerne l’anteprima: il sovrintendente Antonio Ghiringhelli trattò a lungo per assicurare a Milano la prima occidentale, invano. L’opera arrivò comunque al Piermarini nel 1964, con Inge Borkh nel ruolo di Katerina e Nino Sanzogno sul podio.

Ma la versione originale del 1934 dovette attendere la fine del regime sovietico per riconquistare piena dignità sui palcoscenici internazionali. In patria venne riallestita nella sua forma originale soltanto nel 2000, a riprova del lungo ostracismo sofferto. Oggi Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk è riconosciuta come un capolavoro assoluto, tornato stabilmente nei repertori dei maggiori teatri d’opera del mondo.

 

 

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