All’arrivo di ogni edizione delle Olimpiadi Invernali, sono in molti a ripensare a uno degli episodi più improbabili e rocamboleschi della storia dello sport: stiamo parlando della vittoria di Steven Bradbury, il pattinatore australiano di short track che a Salt Lake City 2002 si aggiudicò la medaglia d’oro semplicemente rimanendo in piedi, in una finale a dir poco caotica. In occasione delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, ripercorriamo anche noi questo episodio e la storia di questo straordinario sportivo, che con quella medaglia d’oro chiuse una carriera molto sfortunata.
Steven John Bradbury nacque il 14 ottobre 1973 a Camden, nel Nuovo Galles del Sud, in Australia. Suo padre era un ex campione di pattinaggio di velocità e il giovane Steven seguì presto le sue orme, affidandosi al Roos Speed Skating Club di Brisbane. Nel 1991, a soli diciassette anni, fece parte della squadra australiana che vinse la staffetta 5000 metri ai Campionati del Mondo di Sydney. Fu la prima medaglia d’oro mondiale dell’Australia in una disciplina invernale, un risultato storico per una nazione che fino a quel momento non poteva vantare neanche un podio ai Giochi Olimpici Invernali.
L’anno successivo, alle Olimpiadi di Albertville del 1992, Bradbury arrivò come campione del mondo ma venne eliminato in semifinale nella gara a squadre. L’Australia era in terza posizione quando Richard Nizielski perse l’equilibrio e la squadra finì quarta, mancando l’accesso alla finale. Bradbury era stato nominato riserva e dovette assistere impotente dalla panchina. Non venne selezionato per alcuna gara individuale.
La rivincita arrivò alle Olimpiadi di Lillehammer del 1994, dove Bradbury capitanò la squadra di short track australiana insieme a Richard Nizielski, Andrew Murtha e Kieran Hansen. Il quartetto adottò una strategia peculiare: rimanere in piedi come priorità assoluta, restare qualificati e battere almeno uno degli altri tre finalisti. Durante la gara, i canadesi caddero perdendo tempo prezioso. Nizielski, che stava lottando con l’americano per l’argento, scelse l’opzione sicura e cedette la posizione, consapevole dell’occasione persa ad Albertville. L’Australia conquistò così la sua prima medaglia olimpica invernale, un bronzo storico.
Nelle gare individuali di Lillehammer, Bradbury era considerato uno dei favoriti nei 1000 metri. Nei 500 metri arrivò secondo nella sua batteria e vinse il quarto di finale, ma in semifinale venne abbattuto da un rivale e finì quarto, classificandosi ottavo su 31 concorrenti. Nei 1000 metri cadde nella sua batteria dopo essere stato spinto illegalmente da un concorrente poi squalificato, terminando a oltre 30 secondi dai leader e chiudendo ventiquattresimo.
Subito dopo le Olimpiadi del 1994, durante una gara di Coppa del Mondo a Montreal, un altro pattinatore cadde davanti a Bradbury. Nella collisione, la lama del rivale gli squarciò completamente la coscia destra, tagliando tutti e quattro i muscoli quadricipiti. Bradbury perse quattro litri di sangue. Con il battito cardiaco vicino ai 200 battiti al minuto dopo la gara, il sangue veniva pompato fuori rapidamente. Pensò che sarebbe morto se avesse perso conoscenza. Furono necessari 111 punti di sutura e non riuscì a muovere la gamba per tre settimane. La riabilitazione completa richiese diciotto mesi.
Alle Olimpiadi di Nagano del 1998, Bradbury tornò con Nizielski, Hansen e il nuovo compagno Richard Goerlitz. Nella staffetta si classificarono terzi nella gara di qualificazione con un tempo di 7 minuti e 11.691 secondi, mancando la finale per un solo posto nonostante fossero stati due secondi più veloci della loro prestazione da medaglia del 1994. Nelle gare individuali, Bradbury fu nuovamente ostacolato da collisioni sia nei 500 che nei 1000 metri, classificandosi diciannovesimo e ventunesimo rispettivamente su 30 concorrenti.
Nel settembre 2000, a Sydney, durante un allenamento accadde l’impensabile. Un altro pattinatore cadde davanti a lui e Bradbury cercò di saltarlo, ma lo colpì e precipitò a testa in avanti contro le barriere. Si fratturò le vertebre C4 e C5. Trascorse un mese e mezzo con un’aureola cervicale fissata al cranio con quattro perni, più viti e placche avvitate nelle ossa del collo.
Quando arrivò a Salt Lake City per le Olimpiadi del 2002, Bradbury sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima occasione. La gara a squadre fu un disastro e il pattinatore stava già immaginando il futuro di un ex campione olimpico di uno sport che in Australia non interessava a nessuno. Restava solo la gara dei 1000 metri individuali.
Bradbury vinse la gara preliminare e arrivò terzo ai quarti di finale, una posizione che teoricamente non gli avrebbe permesso di accedere alla semifinale. Ma il secondo classificato venne squalificato per ostruzione e l’australiano fu ammesso. In semifinale si qualificò secondo, seguendo una strategia peculiare: rimanere dietro gli avversari, in attesa di un’apertura nel groviglio di braccia e pattini. Per la prima volta nella sua lunga carriera, Steven Bradbury si qualificò per una finale olimpica individuale.
Bradbury decise di rispettare la stessa strategia anche in finale: tenere duro e sperare. Negli ultimi novanta secondi della sua ultima Olimpiade, l’australiano seguiva gli altri quattro atleti a distanza, quasi fuori dall’inquadratura televisiva.
Mancava un solo giro quando accadde l’impossibile: i quattro pattinatori davanti a lui, tutti con la stoffa dei campioni, caddero uno dopo l’altro nell’ultima curva. Fu questione di un attimo: Bradbury passò in piedi accanto ai corpi a terra dei suoi avversari e tagliò il traguardo da solo. Divenne il primo atleta australiano a vincere una medaglia d’oro olimpica nei Giochi Invernali, nonché il primo atleta dell’emisfero sud a conquistare un oro invernale.
La natura della sua vittoria divenne iconica nel mondo dello sport: un veterano considerato un outsider che arrivò dall’ultimo posto mentre l’intero gruppo davanti a lui si schiantava nell’ultima curva. Una storia di perseveranza e resilienza che incarnava perfettamente lo spirito olimpico dell’underdog che non si arrende mai, anche se una parte del grande pubblico, non conoscendo la sua storia, si è concentrato più che altro sulla sua grande fortuna: in Italia è ormai famosissimo il video in cui la Gialappa’s commenta in chiave decisamente ironica (ed esilarante) il suo percorso a Salt Lake City.
Dopo la vittoria, Bradbury ammise con onestà la natura della sua medaglia: “Ovviamente non ero il pattinatore più veloce. Non credo di aver preso la medaglia grazie al minuto e mezzo di gara che ho effettivamente vinto. La prenderò come segno dell’ultimo decennio di duro lavoro”. Nel 2002 gli fu conferita la Medaglia dell’Ordine dell’Australia per il suo contributo allo sport.
Le Olimpiadi di Salt Lake City segnarono anche la fine della carriera da pattinatore di Steven Bradbury, che dopo qualche esperienza da commentatore sportivo si dedicò per qualche anno al motorsport, ed entrò a far parte della Sport Australia Hall of Fame nel 2007. Nel 2023 ricevette un’onorificenza dopo aver salvato quattro ragazze dall’annegamento a Caloundra, vicino Brisbane, mentre faceva surf con il figlio. La sua impresa più memorabile per milioni di persone sarà però quella compiuta sulla pista di Salt Lake City: ancora oggi, in Australia, “fare un Bradbury” significa vincere contro ogni aspettativa.



