La guerra in Medio Oriente rischia di stravolgere il Mondiale di calcio 2026. A meno di 101 giorni dall’inizio del torneo, previsto per l’11 giugno con la partita inaugurale Messico-Sudafrica allo stadio Azteca di Città del Messico, la partecipazione dell’Iran appare sempre più compromessa. La nazionale di Mehdi Taremi, attaccante dell’Inter, dovrebbe disputare tre partite negli Stati Uniti, ma il conflitto scatenato dagli attacchi americani e israeliani sul territorio iraniano ha reso questa prospettiva quasi impensabile.
Le parole di Mehdi Taj, presidente della federazione calcistica iraniana, non lasciano molto spazio all’ottimismo: “Quello che è certo è che, dopo questo attacco, non possiamo aspettarci di guardare con speranza alla Coppa del Mondo. Con quello che sta accadendo, è improbabile che possiamo partecipare. Sono i responsabili dello sport che devono decidere in merito“. La dichiarazione, rilasciata al portale sportivo Varzesh3, arriva mentre in Iran sono già state sospese tutte le manifestazioni sportive, compreso il campionato nazionale Persian Gulf Pro League.
L’Iran è inserito nel gruppo G insieme a Belgio, Egitto e Nuova Zelanda. Il calendario prevede due partite a Los Angeles, il 15 giugno contro la Nuova Zelanda e il 21 giugno contro il Belgio, oltre a un incontro il 26 giugno a Seattle contro l’Egitto. La scelta di Los Angeles non è casuale: nella parte ovest della città vive la maggiore comunità iraniana all’estero, tanto che l’area è soprannominata “Tehrangeles” per la concentrazione di ristoranti, librerie e negozi di cucina persiana.
La situazione è ulteriormente complicata da un ordine esecutivo firmato nel 2025 dal presidente Donald Trump, che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di 12 paesi, tra cui proprio l’Iran, per ragioni di sicurezza nazionale. Andrew Giuliani, capo della task force della Casa Bianca per la Coppa del Mondo, ha elogiato gli attacchi all’Iran sui social media, sostenendo che “avrebbero reso il mondo un posto sicuro”.
La Fifa, attraverso il segretario generale Mattias Grafström, ha mantenuto una posizione prudente: “È ancora troppo presto per commentare nei dettagli, ma monitoreremo attentamente gli sviluppi su tutti i fronti in tutto il mondo“. Gli alti funzionari della federazione internazionale si aspettano formalmente la partecipazione dell’Iran, ma l’ottimismo appare sempre più distante dalla realtà sul campo.
In caso di ritiro dell’Iran almeno 30 giorni prima dell’inizio del mondiale, la nazionale verrebbe multata ma potrebbe essere sostituita. Secondo le normative, toccherebbe a una squadra della stessa confederazione asiatica con il ranking più alto o alla prima arrivata alle spalle dell’Iran tra quelle non qualificate. Al momento, l’Iraq rappresenta l’ipotesi più probabile, essendo ancora in lizza per la qualificazione attraverso gli spareggi intercontinentali previsti per il 31 marzo contro la vincente tra Bolivia e Suriname. In alternativa, potrebbero subentrare gli Emirati Arabi Uniti, superati proprio dall’Iraq nella finale playoff asiatica.
Appare invece remota l’ipotesi di un ripescaggio di una grande esclusa come l’Italia, qualora la nazionale di Gennaro Gattuso dovesse fallire ancora la qualificazione. La logica della Fifa privilegia il rispetto dei criteri continentali e di ranking.
Le conseguenze del conflitto si stanno facendo sentire su tutto lo sport mediorientale. In Qatar sono stati sospesi tutti i campionati di calcio dopo la risposta militare dell’Iran, che ha lanciato missili anche verso Doha. La Confederazione asiatica ha rinviato le partite di andata degli ottavi della Champions asiatica nella Regione Ovest, previste per il 2 e 3 marzo, tra cui il confronto tra l’Al Sadd di Roberto Mancini e l’Al Hilal di Simone Inzaghi. Sono state posticipate anche le gare dei quarti della Champions League Two e della Challenge League che coinvolgono squadre della Regione Ovest, inizialmente in programma tra il 3 e il 4 marzo.
A rischio c’è anche la Finalissima tra Argentina e Spagna, campioni rispettivamente del mondo e d’Europa, prevista per il 27 marzo in Qatar. Non è escluso che la Fifa decida di cambiare sede in extremis per garantire la sicurezza delle due nazionali e del pubblico.
Il campionato iraniano si è fermato completamente, e parlare di calcio in questo momento appare quasi surreale. La guerra ha travolto anche il Libano, mentre missili e bombe continuano a sconvolgere l’intera area. Roberto Mancini ha testimoniato sui social la drammaticità della situazione, pubblicando video delle esplosioni visibili dalla sua abitazione a Doha e rassicurando la madre: “Per ora stiamo bene”.
Oltre al calcio, altri sport stanno subendo ripercussioni. In Eurolega di basket è in dubbio la presenza della squadra di Dubai, attesa il 5 marzo a Belgrado per la trentesima giornata, dopo che l’aeroporto della città è stato colpito. Due squadre italiane di Superlega volley, Cuneo e Cisterna, si trovano bloccate a Dubai per un torneo. Tra gli sportivi impossibilitati a muoversi c’è anche il tennista Daniil Medvedev, vincitore dell’ATP 500 di Dubai ma incapace di raggiungere Indian Wells per il Masters 1000 che inizierà il 4 marzo.
La Formula 1 non subirà invece conseguenze immediate: il primo Gran Premio della stagione si disputerà regolarmente domenica 8 marzo in Australia, anche se piloti e scuderie dovranno raggiungere il Paese con charter privati a causa delle limitazioni sui voli in Medio Oriente. Sono stati annullati i test Pirelli sugli pneumatici da bagnato previsti lo scorso weekend sul circuito di Sakhir in Bahrain. Restano in forte dubbio i Gran Premi di aprile in Bahrain (12 aprile) e Arabia Saudita (19 aprile), con decisioni rimandate alle prossime settimane in base all’evoluzione del conflitto.
La situazione coinvolge potenzialmente altre nazionali qualificate ai Mondiali: oltre all’Iran, anche Qatar, Arabia Saudita e Giordania sono paesi direttamente interessati dalle tensioni belliche. Se l’Iraq dovesse qualificarsi attraverso i playoff, si aggiungerebbe alla lista delle nazioni coinvolte nel conflitto che dovrebbero partecipare al torneo. Lo stesso vale per gli Emirati Arabi, in caso di subentro all’Iran.



