Mentre l’Italia si è fermata oggi per dare l’ultimo saluto alle giovani vittime della tragedia di Capodanno, in Svizzera e nelle nostre città continua il lavoro silenzioso degli psicologi dell’emergenza. Sono gli specialisti chiamati a fare l’impossibile: stare accanto a chi ha perso tutto in un istante, aiutandolo a non perdersi anche dentro sé stesso.
Dopo l’incendio che nella notte di Capodanno ha devastato il locale Le Constellation a Crans-Montana, causando 40 vittime e oltre 120 feriti, un’équipe di psicologi italiani è partita immediatamente per la Svizzera. Tra di loro, volontari provenienti da diverse regioni che si occupano proprio di questo: intervenire nei momenti più bui, quando lo shock rischia di frantumare le persone.
Gli specialisti hanno allestito una sala operativa al centro congressi di Crans-Montana, dove molte famiglie aspettavano notizie. Turni no-stop, 24 ore su 24, perché in quei momenti ogni minuto conta. Alcuni colleghi si sono spostati negli ospedali di Zurigo e Milano per seguire i genitori dei ragazzi ricoverati.
Il dolore con cui si sono confrontati è difficile da immaginare. Come racconta uno degli esperti intervenuti, si tratta di persone che vedono la propria vita stravolta da un giorno all’altro. Molti genitori hanno descritto la sensazione di essere travolti da uno “tsunami emotivo”, incapaci di trovare un appiglio in quel mare di angoscia.

La situazione nei primi giorni è stata particolarmente complessa. Molte famiglie erano sospese in un limbo: non sapevano se i loro figli fossero tra i dispersi o tra le vittime. Questa incertezza ha generato una miscela devastante di speranza e terrore. Alcuni genitori confessavano di non sapere se usare il presente o il passato parlando dei propri ragazzi, perché non riuscivano ad accettare l’idea che forse non c’erano più.
Una delle coordinatrici del gruppo di lavoro sulla psicologia dell’emergenza spiega perché questo trauma è particolarmente profondo. Un genitore non pensa mai che possa accadere qualcosa di terribile al figlio che va a una festa in Svizzera, in un Paese considerato sicuro, con amici di scuola. È proprio questo l’aspetto più devastante: dopo un evento simile, si rompe la fiducia di base nella vita.
Per quei genitori non esisterà più nessun luogo davvero sicuro. La certezza che il mondo fosse un posto dove proteggere i propri figli è andata in frantumi. Questo è il cuore del trauma: non solo la perdita, ma la scoperta che non esistono garanzie, che l’impensabile può accadere.
Molti genitori vivono anche con un peso insopportabile: il senso di colpa per aver concesso ai figli di uscire quella sera. Razionalmente sanno che non potevano prevedere nulla, eppure la mente continua a tormentarli con domande senza risposta.
Gli specialisti utilizzano una metodologia riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità chiamata Psychological First Aid. Non è una terapia tradizionale, ma un vero e proprio pronto soccorso psicologico. L’obiettivo? Mettere in sicurezza la persona, perché chi è in shock può compiere azioni pericolose: guidare senza aver dormito, stare giorni senza mangiare, prendere decisioni impulsive.
Il lavoro degli psicologi dell’emergenza è diverso da quello che avviene in uno studio. Serve una flessibilità totale: si opera ovunque, seduti su un marciapiede, su due sedie in un corridoio d’ospedale, senza appuntamenti né orari. A volte l’intervento consiste semplicemente nel portare un toast a qualcuno che non mangia da due giorni. Anche questo è supporto psicologico d’emergenza.
Gli esperti lavorano innanzitutto sui bisogni di base: hai dormito? Hai mangiato? Ti sei fermato un attimo? Riportare ordine nel caos dell’incertezza è fondamentale. L’assenza di informazioni è spesso peggio della notizia più terribile. Per questo il primo passo è stabilizzare emotivamente le persone e aiutarle a elaborare ciò che sta accadendo.
Tra le vittime ci sono diversi studenti del Liceo Virgilio di Milano, tutti sedicenni. Una task force di psicologi dell’emergenza entrerà nell’istituto per affiancare studenti, docenti e famiglie. Come spiega uno dei coordinatori del gruppo di lavoro, il trauma non è solo ciò che accade, ma ciò che può fissarsi dentro le persone se non viene accolto per tempo.
Quando una tragedia colpisce una comunità scolastica, emergono due bisogni primari: capire e dare un senso. L’essere umano non tollera il vuoto cognitivo. Sapere che cosa è successo, come e perché, serve a non perdersi nell’angoscia. Quando le risposte mancano, esplodono rabbia e bisogno di trovare un colpevole.
Il passaggio successivo è altrettanto cruciale: sentirsi ascoltati e non soli. La morte e la solitudine sono tra le paure più profonde dell’essere umano. Quando una comunità si stringe, offre una possibilità in più di attraversare il dolore senza esserne distrutti.
L’intervento precoce è decisivo per un motivo preciso: circa il 15% delle persone rischia di sviluppare un disturbo post-traumatico da stress se non viene aiutato subito. I sintomi si muovono su tre aree: pensieri e immagini che irrompono sotto forma di incubi o flashback; il tentativo di evitare tutto ciò che richiama l’evento; uno stato di iperattivazione con insonnia, irritabilità e allerta costante.
Nelle prime settimane queste reazioni sono normali. Il problema arriva quando non diminuiscono nel tempo. È lì che bisogna chiedere aiuto. Come sottolineano gli specialisti, se il dolore non trova parole, troverà altre vie: fobie, ansia, sintomi fisici. Il dolore va espresso, anche se fa male.
Il ruolo degli insegnanti sarà fondamentale nei prossimi mesi. Sono adulti di riferimento per questi ragazzi, e nel modo in cui staranno accanto ai loro studenti si giocherà una parte importante della possibilità di attraversare questa vicenda senza esserne travolti. Stare accanto significa soprattutto saper ascoltare, dare valore a ogni emozione, anche quando sembra illogica.
Gli interventi della psicologia dell’emergenza hanno uno scopo chiaro: evitare che il dolore diventi patologia. Non si tratta di cancellare la sofferenza, che è un sentimento umano e necessario. L’obiettivo è fare in modo che quel dolore non frantumi la struttura psichica della persona, permettendole di continuare a funzionare anche per gli altri figli, per la vita che continua.
In questo processo, la rete conta tutto. Chi sostiene deve essere sostenuto a sua volta. È il momento in cui la comunità deve fare rete, perché non sentirsi soli è la cosa più importante in una tragedia di questo tipo.
Il supporto psicologico non si concluderà con il rientro delle famiglie in Italia. Gli psicologi dell’emergenza hanno il compito di assistere le persone nell’immediato, poi altri professionisti prenderanno in carico chi vorrà proseguire nel percorso. Ma una cosa è certa: nel breve e nel lungo termine, è la rete a curare le persone. Non si guarisce da soli da un trauma così grande. Si guarisce insieme.



