Dal 9 gennaio 2026, sugli schermi di Netflix è disponibile Io sono notizia, la docuserie che ripercorre le vicende di Fabrizio Corona e che sta già polverizzando ogni record di visioni sulla piattaforma. Sebbene il progetto sia destinato a una multinazionale privata accessibile solo tramite abbonamento, è emerso un dettaglio che sta facendo discutere: una parte consistente dei costi di produzione è stata coperta dallo Stato italiano. Secondo un’inchiesta del quotidiano La Verità, riportata dalla testata fanpage.it, il Ministero della Cultura, guidato da Alessandro Giuli, avrebbe concesso alla produzione un finanziamento di circa 793.000 euro.
L’intera produzione, suddivisa in cinque episodi, ha richiesto un investimento complessivo di circa 2,5 milioni di euro. La società Bloom Media House, che ha curato il progetto, ha ottenuto l’accesso al cosiddetto tax credit, un incentivo fiscale che ha coperto quasi il 32% delle spese totali. In pratica, una quota rilevante del budget che ha permesso di raccontare la vita dell’ex “re dei paparazzi” proviene dalle tasse dei cittadini, erogata attraverso i meccanismi di sostegno al cinema e all’audiovisivo.
Il credito d’imposta è uno strumento nato per aiutare l’industria creativa italiana. Per ottenerlo, i progetti devono superare un test di “culturalità”, dimostrando di valorizzare il territorio, utilizzare lavoratori italiani o trattare temi d’interesse nazionale. È fondamentale garantire la sostenibilità economica, coprendo autonomamente almeno il 60% del budget, e rispettare l’obbligo di spendere gran parte dei finanziamenti sul territorio. In sintesi, lo Stato concede il bonus solo se l’opera contribuisce concretamente a sostenere l’industria creativa nazionale e i suoi lavoratori.
Se la commissione tecnica del Ministero approva la richiesta, l’azienda può recuperare fino al 40% delle spese. Nel caso di Corona, il documentario è stato evidentemente ritenuto idoneo a ricevere questi fondi pubblici, nonostante il protagonista sia spesso al centro di polemiche giudiziarie e indagini recenti come lo svelamento del cosiddetto “Sistema Signorini” e la denuncia per revenge porn da parte dello stesso Signorini.
Non ci sono al momento reazioni da parte del Ministero della Cultura.



