C’è un nuovo attore sulla scena diplomatica internazionale, e porta la firma inconfondibile di Donald Trump. Si chiama Board of Peace, o Consiglio di Pace, ed è l’organismo pensato per gestire la ricostruzione e la stabilizzazione di Gaza dopo oltre due anni di guerra. Non è un’iniziativa delle Nazioni Unite, non nasce da un trattato multilaterale tradizionale: è, in sostanza, una creatura americana, con ambizioni che guardano ben oltre la Striscia.
Ventisette paesi hanno accettato di diventare membri fondatori. L’elenco comprende nomi di peso come Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Giordania, Indonesia, Emirati Arabi Uniti e Argentina. In Europa, la Bulgaria ha firmato, ma attende ancora la ratifica del Parlamento, mentre l’Ungheria è l’unico altro Stato del Vecchio Continente ad aver aderito. Israele è tra i firmatari, anche se il premier Benjamin Netanyahu ha accettato quasi obtorto collo: la lettera di adesione porta la sua firma, ma a Washington si è presentato il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, non lui. In piena campagna elettorale, farsi fotografare accanto agli inviati turchi o qatarini, accusati pubblicamente da Netanyahu di essere “sponsor del terrorismo”, era un rischio politico che il premier israeliano non era disposto a correre. Trump, però, non ha ceduto: Ankara e Doha restano dentro.

Il Board of Peace ha una gerarchia ben definita. Al vertice siede il presidente americano, che in qualità di presidente del Consiglio dispone di poteri eccezionali: può invitare nuovi membri, ha diritto di veto su qualsiasi decisione e può «creare, modificare o dissolvere gli organismi subordinati». Sotto di lui opera un Comitato esecutivo che include figure come Marco Rubio (segretario di Stato), Tony Blair (ex premier britannico ed ex inviato del Quartetto per il Medio Oriente), Jared Kushner e Steve Witkoff, negoziatore di fiducia di Trump.
Sul campo, a Gaza, sarà il bulgaro Nickolay Mladenov, già coordinatore ONU per il processo di pace, a fare da raccordo tra il Comitato esecutivo e i due organismi locali: il Comitato esecutivo per Gaza e il Comitato nazionale per l’amministrazione del territorio, guidato dall’ex ministro dell’Autorità Palestinese Ali Sha’at.
Roma ha scelto una posizione intermedia: partecipa al Board of Peace come osservatrice, senza entrare tra i membri fondatori. Una scelta che il governo ha presentato come prudente e pragmatica, ma che ha immediatamente scatenato le critiche delle opposizioni. Diversi esponenti parlamentari hanno sollevato dubbi di incostituzionalità, sostenendo che un’adesione, anche solo informale, a un organismo internazionale di questa portata avrebbe richiesto un passaggio in Parlamento. Il dibattito è ancora aperto, e la posizione italiana rischia di diventare un caso politico interno proprio mentre all’estero si discute del futuro di Gaza.
Trump ha annunciato che i paesi partecipanti hanno già promesso cinque miliardi di dollari complessivi. La quota maggiore arriverebbe da Emirati, Qatar e Kuwait, con gli Stati Uniti pronti a garantire una cifra equivalente. Il problema è che queste cifre sono lontanissime dal fabbisogno reale: l’Unione Europea e la Banca Mondiale stimano che per ricostruire Gaza servano almeno 50 miliardi di dollari. L’80% degli edifici è danneggiato, le macerie celano ordigni inesplosi e materiali tossici, e oltre due milioni di palestinesi vivono ammassati tra tende e rovine.
Il piano prevede anche il dispiegamento di soldati internazionali per stabilizzare la Striscia. Per ora, solo l’Indonesia si è detta pronta a inviare 8.000 militari. Le truppe israeliane occupano ancora oltre metà del territorio e Netanyahu non ha intenzione di ritirarle finché Gaza non sarà completamente smilitarizzata. La missione della forza multinazionale sarebbe tutt’altro che semplice: dovrebbe operare in zone instabili, dove nonostante il cessate il fuoco gli scontri e i bombardamenti sono ancora quotidiani, e soprattutto dovrebbe procedere al disarmo di Hamas.
Su questo punto, israeliani e americani non sono nemmeno d’accordo tra loro: Washington potrebbe accettare che l’organizzazione conservi le armi leggere, mentre per Netanyahu anche i kalashnikov e i tunnel non ancora smantellati rappresentano una minaccia inaccettabile.



