Dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nell’attacco di Stati Uniti e Israele condotto sabato 28 febbraio, l’Iran si trova in una fase di transizione cruciale. Mentre il mondo si interroga sul futuro della Repubblica islamica, un nome emerge con forza tra i possibili successori della Guida suprema: Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e figura chiave del conservatorismo pragmatico iraniano.
Secondo diverse fonti interne al regime riportate dal New York Times, Khamenei avrebbe messo a punto un piano di emergenza per garantire la sopravvivenza del sistema anche nel caso venisse assassinato o rapito. In questo scenario, la sopravvivenza del regime sarebbe affidata in prima persona proprio ad Ali Larijani, che potrebbe essere affiancato da altre due importanti figure: il presidente del Parlamento Mohammad-Bagher Qalibaf e l’ex presidente della Repubblica Hassan Rouhani.
Ali Ardashir Larijani è nato il 3 giugno 1958 a Najaf, in Iraq, e appartiene a una famiglia la cui storia è inestricabilmente legata a quella della Repubblica islamica. Suo padre è Mirza Hashem Amoli, suo zio è Abdollah Javadi-Amoli, e ha sposato Farideh Motahhari, figlia del rinomato filosofo Morteza Motahhari. Tra i suoi fratelli figurano Mohammad-Javad Larijani, Fazel Larijani, Sadiq Larijani e Bagher Larijani, tutti figure influenti nel panorama politico e religioso iraniano.
La carriera politica di Larijani è estremamente articolata. Ha servito come ministro della Cultura e della Guida islamica tra il 1992 e il 1994, per poi diventare direttore della Islamic Republic of Iran Broadcasting (l’ente radiotelevisivo pubblico iraniano) dal 1994 al 2004. È stato segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dal 2005 al 2007 sotto la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, sostituendo Hassan Rouhani. Dal 2008 al 2020 ha ricoperto il ruolo di speaker del Parlamento iraniano per ben dodici anni, dimostrando una straordinaria capacità di mantenere il potere e costruire consenso.
Nominato nuovamente segretario del Consiglio di sicurezza nazionale nell’agosto 2025 dal presidente Masoud Pezeshkian, Larijani è conosciuto come l’uomo dei contatti internazionali. Ha studiato alla Aryamehr University of Technology e all’Università di Teheran, dove ha conseguito un dottorato in filosofia con una tesi sulla filosofia della matematica di Immanuel Kant. La sua formazione accademica si unisce a un passato militare: ha servito come brigadiere generale nei Guardiani della rivoluzione tra il 1981 e il 1993, partecipando alla guerra Iran-Iraq.
Ha tentato più volte la corsa alla presidenza: nel 2005 si è classificato sesto, è stato squalificato nel 2021 e nuovamente nel 2024. Tuttavia, la sua influenza politica non è mai diminuita. È membro del Consiglio per il discernimento dell’Interesse del Sistema dal 2020, dopo esserlo stato già dal 1997 al 2008.
آمریکا و رژیم صهیونیستی، قلب ملت ایران را سوزاندند.
قلبشان را میسوزانیم… pic.twitter.com/XA4pmux2jT— Ali Larijani | علی لاریجانی (@alilarijani_ir) March 1, 2026
Nelle ore successive alla morte di Khamenei, Larijani ha assunto un ruolo da vero leader. Ha dichiarato alla televisione di Stato che già nelle prossime ore verrà formato un consiglio direttivo temporaneo per guidare il Paese durante il periodo di transizione, in conformità con l’articolo 111 della Costituzione. Il consiglio sarà composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholamhossein Ejei e da uno dei giuristi islamici membri del Consiglio dei Guardiani.
Larijani ha anche messo in guardia contro ogni tentativo di dividere il Paese: “I gruppi che cercano di dividere l’Iran devono sapere che non lo tollereremo”, ha affermato in un’intervista trasmessa dalla televisione di Stato, invitando gli iraniani a unirsi. Sul suo profilo social ha minacciato vendetta con parole forti: “L’America e il regime sionista hanno bruciato il cuore della nazione iraniana. Noi bruceremo i loro cuori”.
La procedura costituzionale prevede che il candidato alla successione di Khamenei venga selezionato dall’Assemblea degli esperti, composta da 88 membri e controllata dal Consiglio dei Guardiani. Tra i nomi dal mondo religioso circolano quelli degli ayatollah Alireza Arafi, Mohsen Araki, Hussein Ejei e Hashem Bushehri, oltre a Mohsen Qomi, considerato un garante di stabilità. Tra i profili più politici, oltre a Larijani, spicca Mohammad Ghalibaf, ex capo della polizia e presidente del Parlamento, che aveva lavorato a lungo con il generale Qassem Soleimani, ucciso da un drone statunitense nel gennaio 2020.
L’iniziativa di Khamenei di predisporre un piano di emergenza per la sopravvivenza del sistema rispecchierebbe le grandi capacità organizzative che gli hanno permesso di rafforzare la sua rete di comando in tutti i gangli vitali del sistema durante i 37 anni trascorsi nel ruolo di Rahbar, compensando le scarse credenziali religiose. Quando il fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini, lo indicò come suo successore nel 1989, Khamenei non era infatti nemmeno ayatollah. La scelta cadde su di lui per le sue capacità politiche, giudicate più importanti di quelle spirituali.
La dirigenza politico-militare iraniana era riuscita a mantenere la catena di comando anche durante la guerra dello scorso anno, quando Khamenei fu isolato in un rifugio segreto per motivi di sicurezza. Secondo fonti interne, l’ottantaseienne leader aveva fatto tesoro di quell’esperienza, lasciando le necessarie disposizioni da seguire anche in caso di una sua scomparsa.
In uno dei suoi ultimi report, la Cia non ha escluso che da questa fase di transizione possa emergere una figura ancora più radicale. Il presidente Trump aveva dichiarato che lo scopo di Stati Uniti e Israele era il cambio di regime in Iran, rendendo la Guida suprema del regime un obiettivo necessario da colpire nei raid sul Paese. La successione di Khamenei rimane ancora tutta da definire, ma il nome di Ali Larijani appare come quello più preparato ad affrontare questa complessa fase di transizione.



