In un momento di grande tensione per il Medio Oriente, i colloqui per porre fine al conflitto a Gaza entrano in una fase decisiva. Oggi, 6 ottobre 2025, delegazioni di Hamas (tra cui Al Hayya, sfuggito al blitz di Doha) e Israele si riuniscono a Sharm el-Sheikh, in Egitto, sotto l’egida delle autorità locali. Presenti anche figure chiave dagli Stati Uniti, come l’inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff e Jared Kushner, che funge da consigliere informale del presidente Donald Trump. Questi incontri rappresentano un’opportunità rara per spezzare il ciclo di violenza che dura da mesi, con l’obiettivo di liberare ostaggi, fermare le operazioni militari e ridisegnare il futuro della Striscia. Ma dietro le speranze, si celano ostacoli complessi che potrebbero far deragliare tutto.
Il piano al centro delle discussioni emerge da un documento di venti punti, delineato con il contributo di Trump e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ridotto da una bozza precedente di ventuno elementi, esclude ora un riferimento a potenziali azioni contro il Qatar, dopo un ordine esecutivo americano che garantisce la sicurezza di Doha. Tra le proposte principali spicca lo scambio rapido di prigionieri: entro settantadue ore dall’accettazione pubblica dell’accordo, tutti i quarantotto ostaggi – vivi o deceduti – verrebbero liberati da Hamas, in cambio della scarcerazione da parte di Israele di duecentocinquanta detenuti con ergastolo e oltre millesettecento palestinesi arrestati dopo l’attacco del 7 ottobre 2023.

L’assistenza umanitaria passerebbe sotto il controllo di enti neutrali come le Nazioni Unite e la Mezzaluna Rossa, sostituendo meccanismi precedenti. Si prevede inoltre una ricostruzione della Striscia a beneficio dei residenti, senza spostamenti forzati della popolazione – anche se partenze volontarie resterebbero possibili. Il documento immagina una fase di transizione con figure internazionali, ma lascia aperte domande sul governo futuro, puntando a una smilitarizzazione totale di Gaza e al ritiro delle Forze di Difesa Israeliane (Idf). Hamas ha espresso un consenso cauto, apprezzando in particolare l’aspetto dello scambio di ostaggi, ma ha sollevato dubbi sulla fattibilità del termine temporale così stretto.
Recuperare i corpi dalle zone bombardate e coordinare con i combattenti sul campo richiederebbe più tempo, secondo fonti del gruppo. Tra le richieste palestinesi, emerge la sospensione completa delle operazioni israeliane, il ritiro delle truppe alle posizioni di gennaio – lontano dalle aree abitate – e una pausa quotidiana di dieci ore per droni e aerei, che salirebbe a dodici nei giorni degli scambi. Il gruppo insiste su un comitato palestinese per gestire la transizione, rifiutando interferenze esterne o il coinvolgimento dell’Autorità Nazionale Palestinese senza cambiamenti strutturali. Un alto esponente, Musa Abu Marzouq, ha chiarito che “nessuno non palestinese può imporre decisioni ai palestinesi”, bocciando nomi come quello di Tony Blair.
Sulla consegna delle armi, Hamas è disposto a un processo graduale sotto supervisione internazionale, ma solo in vista di uno Stato palestinese con forze armate proprie. Dall’altra parte, Israele mantiene una linea ferma. Netanyahu ha ribadito che né Hamas né l’Autorità Palestinese avranno voce nel controllo della Striscia, almeno finché non ci saranno riforme profonde. Il ritiro delle truppe è condizionato alla ricostruzione completa e alla smilitarizzazione assoluta, senza margini per un ritorno parziale. In un’intervista recente, il premier ha ammesso di non poter garantire l’accordo di Hamas, ma ha auspicato un esito positivo.
Trump, dal canto suo, ha incalzato entrambe le parti: in un’apparizione su Cnn, ha minacciato Hamas di “annientamento totale” se non libererà gli ostaggi e cederà il potere, definendo il piano una “vittoria” per Israele e rimproverando Netanyahu per il suo atteggiamento “troppo negativo”. Il presidente americano prevede che i negoziati durino solo pochi giorni, con aggiustamenti alle richieste di Hamas.Eppure, le incognite abbondano, rendendo il percorso accidentato. La selezione dei prigionieri da liberare – Hamas privilegia anziani e figure storiche come Marwan Barghouti – potrebbe scatenare frizioni. Il ritiro israeliano, legato a una pausa indefinita nelle ostilità, contrasta con le esigenze immediate di sicurezza di Tel Aviv.
La governance post-conflitto rimane un nodo gordiano: senza un’intesa su chi amministra Gaza, la transizione rischia il caos. A complicare il quadro, la situazione umanitaria è drammatica – il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, conta oltre sessantasettemila morti e centosettantamila feriti dal 7 ottobre – e l’Egitto prepara campi profughi per i sfollati del nord. Inoltre, la ricomparsa di Khalil al-Hayya, leader di Hamas esule a Doha dopo un raid israeliano che ha ucciso suo figlio, infonde nuova energia al fronte palestinese. In un’intervista su Al Jazeera, ha evocato la “vittoria” attraverso la resistenza, segnalando divisioni interne al gruppo che esitano a mollare le armi.
Questi negoziati potrebbero riscrivere la mappa del Medio Oriente o condannare gli ostaggi superstiti – stimati tra venti e ventidue vivi – a un destino incerto. La storia insegna che intese simili vacillano per un dettaglio: un ultimatum non rispettato, una fiducia tradita.



