Da ieri, 8 marzo 2026, l’Iran ha un nuovo Rahbar, termine farsi che significa “guida”. Il suo nome non è nuovo visto che già da qualche giorno si pensava alla sua nomina: si tratta di Mojtaba Khamenei, ha 56 anni ed è il secondogenito di Ali Khamenei, il leader supremo ucciso il 28 febbraio durante i bombardamenti statunitensi e israeliani su Teheran. La sua nomina è arrivata dopo nove giorni di vuoto al vertice, con il Paese nel pieno di un conflitto. Ma come funziona, esattamente, il meccanismo che porta alla scelta del leader più potente della Repubblica Islamica?
L’Assemblea degli Esperti: il “conclave” iraniano
La Guida Suprema dell’Iran non viene eletta dai cittadini. A sceglierla è l’Assemblea degli Esperti, un organo composto da 88 religiosi sciiti di alto livello, votati dal popolo ogni otto anni. Il meccanismo ricorda per certi versi il conclave cattolico: i membri si riuniscono, deliberano a porte chiuse e alla fine annunciano il nome del nuovo leader. Nel caso di Mojtaba Khamenei, la votazione si è svolta in modo straordinario, in videoconferenza, dopo che la sede tradizionale di Qom era stata colpita da un raid.
Il voto è stato, secondo l’agenzia Tasnim, a “schiacciante maggioranza”. L’ayatollah Hosseinali Eshkevari, membro dell’Assemblea, ha dichiarato prima dell’annuncio ufficiale: “Il nome di Khamenei continuerà a esistere”.
Chi controlla chi può candidarsi
C’è però un livello di filtro precedente, che rende il sistema tutt’altro che aperto. I candidati all’Assemblea degli Esperti devono essere approvati dal Consiglio dei Guardiani, un organo di 12 membri, metà giuristi, metà religiosi, nominati in larga parte dalla Guida Suprema stessa. In pratica, è la Guida che contribuisce a scegliere chi, in futuro, eleggerà la Guida. Un meccanismo circolare che garantisce la continuità dell’establishment al potere.
Cosa deve avere il candidato alla Guida
La Costituzione iraniana stabilisce requisiti precisi: il Rahbar deve possedere “erudizione islamica, giustizia, pietà, retta perspicacia politica, prudenza, coraggio e capacità di leadership”. Non è richiesto di essere un grande ayatollah, una norma che fu introdotta proprio nel 1989 per permettere l’elezione di Ali Khamenei, che all’epoca non aveva ancora raggiunto quel rango.
Il ruolo dei Pasdaran
Nel caso di Mojtaba, la nomina non è avvenuta in un clima di tranquillità istituzionale. Secondo Iran International, emittente iraniana con sede a Londra, l’Assemblea ha votato sotto la forte pressione delle Guardie Rivoluzionarie, i Pasdaran, che hanno successivamente dichiarato “piena obbedienza” al nuovo leader. Si tratta di un segnale politico importante: i Pasdaran, corpo militare e ideologico della Repubblica Islamica, hanno di fatto sancito la legittimità della scelta.
Una successione che fa discutere
La nomina di Mojtaba è stata accolta con sorpresa anche all’interno dell’Iran. La tradizione clericale sciita guarda con diffidenza alle successioni di tipo dinastico, soprattutto in uno Stato nato da una rivoluzione che aveva abbattuto la monarchia degli scià. Lo stesso Ali Khamenei, in vita, aveva più volte escluso pubblicamente l’ipotesi di un passaggio di potere al figlio.
Mojtaba, inoltre, non ricopriva alcun incarico ufficiale nel governo iraniano ed è considerato un religioso di medio rango. A pesare nella sua elezione sono stati soprattutto i legami con le forze di sicurezza e, secondo alcuni osservatori, un’indicazione lasciata dallo stesso padre defunto: il nuovo leader, aveva detto Khamenei, avrebbe dovuto essere “odiato dal nemico”. Una profezia che si è in parte autoavverata: Donald Trump ha già dichiarato che senza l’approvazione americana “non durerà a lungo”, e Israele lo ha definito un bersaglio.



