Il 20 febbraio 2026 è una data destinata a restare nei libri di storia americana. La Corte Suprema degli Stati Uniti, il massimo organo giudiziario del Paese, noto con l’acronimo SCOTUS, ha emesso una sentenza che ha colpito al cuore uno dei provvedimenti più ambiziosi e controversi della presidenza Trump: i dazi commerciali imposti, a partire dall’aprile 2025, alla quasi totalità dei partner commerciali nel mondo. La pronuncia, approvata con sei voti favorevoli e tre contrari, ha stabilito che il presidente aveva agito al di fuori dei propri poteri costituzionali.
Per capire perché questa sentenza ha così tanto peso, è utile fare un passo indietro. La Corte Suprema degli Stati Uniti è istituita dall’Articolo III della Costituzione americana e rappresenta il vertice assoluto del sistema giudiziario federale. È composta da nove giudici, un Presidente della Corte e otto giudici associati, tutti nominati dal Presidente degli Stati Uniti con l’approvazione del Senato, e tutti con mandato a vita. Non devono rispondere a nessuno: né al governo, né al Parlamento, né all’opinione pubblica.

Tra i suoi poteri più rilevanti vi è il cosiddetto judicial review, ovvero la facoltà di dichiarare incostituzionale qualsiasi legge o ordine esecutivo presidenziale. Un potere sancito già nel 1803, con la storica sentenza Marbury contro Madison, che per prima stabilì: “È competenza e dovere del potere giudiziario dire che cos’è la legge”. La Corte, in sostanza, funge da arbitro finale tra i poteri dello Stato e nessun presidente, per quanto potente, può ignorarla.
Il nodo della questione riguarda l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977 che consente al presidente di regolamentare le importazioni in situazioni di emergenza nazionale. Trump aveva fatto leva su questa norma per imporre dazi fino al 145% sulla Cina e al 50% su partner chiave come India e Brasile, nel giorno che lui stesso aveva ribattezzato “Giorno della Liberazione”. Nessun predecessore aveva mai utilizzato quell’atto per giustificare tariffe di tale portata.
La Corte ha risposto con chiarezza: la Costituzione attribuisce al Congresso, non al presidente, il potere di imporre tasse, e i dazi sono tasse. Il presidente della Corte, John Roberts, ha scritto nella motivazione della sentenza che i Padri fondatori non avevano affidato alcuna parte del potere fiscale al ramo esecutivo. Neppure i tre giudici conservatori dissidenti, Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh, quest’ultimo nominato dallo stesso Trump durante il primo mandato, sono riusciti a ribaltare la maggioranza.
Quando un collaboratore gli ha consegnato una nota con la notizia durante un incontro alla Casa Bianca con i governatori, Trump ha reagito visibilmente contrariato. In conferenza stampa, si è detto “profondamente deluso” e ha definito la sentenza una “vergogna”, accusando la Corte di essere stata influenzata da “interessi stranieri”. Ha anche attaccato i giudici che hanno votato contro, definendoli “una disgrazia per la nazione”.
La sentenza non chiude la partita, ma la cambia. Trump ha subito annunciato un ordine esecutivo per imporre dazi globali del 10% basandosi sulla Sezione 122 del Trade Act del 1974, una norma che consente tariffe fino al 15%, ma solo per un massimo di 150 giorni. I dazi legati alla sicurezza nazionale ai sensi della Sezione 232 e quelli della Sezione 301 restano invece in vigore.
Rimane aperto anche il capitolo dei rimborsi: miliardi di dollari già incassati dal governo federale potrebbero dover tornare agli importatori americani, con conseguenze imprevedibili per il Tesoro. Le Borse europee, nel frattempo, hanno festeggiato: Milano ha guadagnato l’1,4%, Parigi ha segnato un nuovo record storico e il settore del lusso è balzato del 3%.
