Il recente riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Regno Unito, Australia e Canada ha riacceso un dibattito internazionale di enorme portata. Un gesto simbolico, carico di implicazioni politiche e morali, che divide l’opinione pubblica tra la speranza di una soluzione pacifica e il timore di alimentare il terrorismo.
La Palestina vive in una sorta di limbo esistenziale: da un lato gode di un ampio consenso internazionale, con missioni diplomatiche all’estero e squadre sportive riconosciute da organizzazioni come la FIFA e il Comitato Olimpico; dall’altro, i suoi confini non sono universalmente accettati a causa del perdurante conflitto con Israele. L’occupazione militare israeliana della Cisgiordania impedisce all’Autorità Palestinese, formatasi nel 1994 con gli Accordi di Oslo, di esercitare un pieno controllo sul proprio territorio e sulla propria popolazione. A Gaza, poi, la situazione è ulteriormente complicata dalla presenza di Hamas, che controlla de facto la Striscia dal 2007, e dalla sanguinosa guerra in corso con Israele.
Dal punto di vista giuridico, il riconoscimento comporta l’accettazione della legittimità delle istituzioni governative, del controllo territoriale e della popolazione di quella entità. E implica conseguenze diplomatiche concrete: possibilità di stabilire relazioni diplomatiche ufficiali, aprire ambasciate, stipulare accordi bilaterali e multilaterali. Significa anche riconoscere il diritto di quel territorio di partecipare alle organizzazioni internazionali e di essere trattato come pari negli organismi multilaterali.
Tuttavia, il riconoscimento non garantisce automaticamente l’effettivo controllo territoriale o la stabilità politica interna. Riconoscere la Palestina, in questo contesto, è un atto principalmente simbolico, ma con un forte peso politico e morale. David Lammy, ex Segretario di Stato per gli affari esteri del Regno Unito, ha sottolineato la responsabilità britannica nel sostenere la cosiddetta “Soluzione a due Stati”.
Questa soluzione, che prevede la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lungo i confini pre-1967, con Gerusalemme Est come capitale, appare sempre più difficile da realizzare a causa della colonizzazione israeliana di ampie porzioni della Cisgiordania, in violazione del diritto internazionale.
Circa il 75% dei membri delle Nazioni Unite riconosce la Palestina, che all’ONU ha lo status di osservatore permanente. Con il probabile riconoscimento da parte della Francia, la Palestina otterrebbe il sostegno di quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, inclusi Cina e Russia. Gli Stati Uniti, storico alleato di Israele, rimangono l’unico membro permanente a non riconoscere la Palestina, pur avendo riconosciuto l’Autorità Palestinese guidata da Mahmoud Abbas.
Israele, con il primo ministro Benjamin Netanyahu, considera il riconoscimento della Palestina una “ricompensa al terrorismo di Hamas”, una posizione condivisa dagli Stati Uniti. L’amministrazione americana teme che un forte sostegno internazionale alla causa palestinese possa rafforzare Hamas. Il segretario di Stato americano Marco Rubio teme inoltre una possibile annessione della Cisgiordania da parte di Israele come risposta a questi riconoscimenti, un timore alimentato dalle dichiarazioni di alcuni membri del governo israeliano.
La devastazione a Gaza ha senza dubbio influenzato la decisione di Regno Unito, Australia e Canada. La presa di posizione di Londra, storico alleato degli Stati Uniti, è particolarmente significativa. Donald Trump, durante la sua recente visita nel Regno Unito, ha espresso il suo disaccordo con il primo ministro Keir Starmer su questo punto.
Il riconoscimento della Palestina riapre dunque la questione della Soluzione a due Stati e accende la speranza di una pace duratura, ma allo stesso tempo alimenta le tensioni e il rischio di un’escalation del conflitto. La comunità internazionale è chiamata a una riflessione profonda e a un’azione responsabile per trovare una via d’uscita dalla crisi.



