Dopo oltre un anno di attesa, Alberto Trentini e Mario Burlò sono finalmente liberi. I due italiani, trattenuti in Venezuela senza accuse formali, sono stati rilasciati il 12 gennaio 2026 e si trovano al sicuro nell’ambasciata italiana a Caracas. Un aereo è già decollato da Roma per riportarli a casa.
La premier Giorgia Meloni ha parlato direttamente con loro, esprimendo soddisfazione per l’esito positivo della vicenda. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito la liberazione “un forte segnale” da parte delle autorità venezuelane e il risultato di un intenso lavoro diplomatico che potrebbe aprire una nuova fase nei rapporti tra Italia e Venezuela.
La liberazione è arrivata quando il governo venezuelano ha dichiarato pubblicamente che non esistevano più ostacoli al rilascio. Trentini e Burlò sono stati avvisati nel pomeriggio e, per la prima volta dopo mesi, trasferiti senza cappuccio fino all’ambasciata, dove l’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito aveva preparato due stanze per accoglierli. La decisione finale è maturata dopo intense telefonate tra Tajani e il ministro degli Esteri venezuelano.

Alberto Trentini, 46 anni, è un cooperante veneziano arrestato il 15 novembre 2024 a un posto di blocco mentre si dirigeva verso una missione umanitaria. Da dieci anni lavora nel settore della cooperazione internazionale per Humanity and Inclusion, organizzazione francese premio Nobel per la pace 1997, che assiste persone con disabilità.
Il suo percorso professionale è partito dalla laurea in Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dopo il servizio civile, si è formato come assistente umanitario a Liverpool e ha conseguito un master in sanificazione dell’acqua a Leeds. Le sue missioni lo hanno portato in Perù, Ecuador, Paraguay, Bosnia, Etiopia, Nepal, Grecia e Libano, prima di arrivare in Venezuela nell’ottobre 2024.
Durante i 423 giorni trascorsi nel carcere di El Rodeo 1, Alberto ha mantenuto una straordinaria umanità. L’ambasciatore De Vito lo aveva incontrato due volte: durante il primo colloquio, a settembre, gli aveva augurato in dialetto veneto di tornare presto sul Listòn, la celebre passeggiata di piazza San Marco.
Anche nelle rare telefonate con la famiglia, Alberto pensava agli altri più che a se stesso: aveva ricordato alla madre Armanda di fare la revisione dell’auto e, in una lettera all’ambasciatore, si era raccomandato di ricaricare il telefono per poter sentire ancora i genitori se avesse avuto un’altra opportunità di chiamare.
Mario Burlò, imprenditore torinese, condivideva con Trentini l’ora d’aria quotidiana. I due hanno sviluppato una forte amicizia durante la detenzione, come raccontato da Alberto stesso all’ambasciatore. Anche per lui si chiude un periodo difficile e angosciante.
I familiari di Alberto hanno accolto la notizia con immensa gratitudine: “È la notizia che aspettavamo da 423 giorni, ringraziamo tutti”. L’ambasciatore De Vito aveva lavorato per far comprendere alle autorità venezuelane chi fosse davvero Trentini: un ragazzo che non ha mai fatto del male a nessuno, ma sempre del bene agli altri.
La liberazione rappresenta non solo la fine di un incubo personale per due famiglie italiane, ma anche un successo diplomatico che il governo italiano rivendica con orgoglio. Il rientro di Trentini e Burlò segna un passo importante nelle relazioni tra Roma e Caracas.



