Sono ore terribili, queste, per i genitori del piccolo Domenico, il bambino a cui è stato trapiantato un cuore gravemente lesionato. La famiglia, assistita dall’avvocato Francesco Petruzzi, ha avviato formalmente la procedura di Pianificazione condivisa delle cure presso l’ospedale Monaldi di Napoli, che ha accolto l’istanza. Il primo accesso terapeutico è stato fissato per oggi. Tutto è precipitato nelle ultime ore, dopo che la squadra di esperti arrivati all’ospedale partenopeo da tutta Italia aveva ufficialmente sottolineato l’irreversibilità del suo stato e l’impossibilità, per il bambino, di sostenere un nuovo trapianto. Tolta la sedazione, purtroppo, il bambino non si è svegliato.
L’avvocato Petruzzi ha tenuto a chiarire che non si tratta di eutanasia. La Pianificazione condivisa delle cure è uno strumento giuridico e medico ben preciso, regolato dall’articolo 5 della Legge 219/2017, nota come la legge sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento (il cosiddetto “testamento biologico”).

In parole semplici, questa norma consente a un paziente, in accordo con il proprio medico, di stabilire in anticipo quali cure accettare e quali rifiutare, nel caso in cui non fosse più in grado di esprimersi autonomamente. Non si tratta di accelerare la morte, ma di evitare l’accanimento terapeutico: ovvero la somministrazione di trattamenti invasivi e prolungati che non portano ad alcun miglioramento reale, ma che prolungano artificialmente una condizione senza speranza.
Nel caso di Domenico, la situazione è ulteriormente delicata per una ragione precisa: il bambino è minorenne. La legge italiana, in questi casi, affida la decisione ai genitori o ai tutori legali, che agiscono nell’interesse superiore del figlio. È quindi la famiglia, con il supporto dell’équipe medica, a tracciare il percorso terapeutico che verrà seguito nelle prossime settimane.
La scelta della famiglia è un atto d’amore consapevole: garantire a Domenico cure palliative dignitose, orientate al sollievo dal dolore e alla qualità del tempo che rimane, piuttosto che a interventi che i medici stessi ritengono ormai privi di efficacia terapeutica.



