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Home » Attualità » Chi è Armanda Colusso, la madre di Alberto Trentini che ha sfidato il silenzio per salvarlo dal Venezuela

Chi è Armanda Colusso, la madre di Alberto Trentini che ha sfidato il silenzio per salvarlo dal Venezuela

Armanda Colusso si è battuta per liberare il figlio Alberto Trentini, cooperante detenuto in Venezuela per 423 giorni senza accuse formali.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene13 Gennaio 2026
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Armanda Colusso ospite a Che Tempo Che Fa
Armanda Colusso ospite a Che Tempo Che Fa (fonte: YouTube NOVE)

Armanda Colusso non è una figura pubblica vera e propria, e non aveva mai cercato attivamente visibilità. Ma nel momento più difficile della sua vita, questa madre veneziana ha deciso di esporsi in prima persona, diventando il volto di una lotta che ha attraversato confini politici e istituzionali. La sua storia è legata indissolubilmente a quella del figlio Alberto Trentini, cooperante veneziano di 46 anni arrestato in Venezuela il 15 novembre 2024 e liberato solo il 12 gennaio 2026, dopo 423 giorni di detenzione arbitraria.

Sposata con Ezio Trentini e residente a Venezia, Armanda ha inizialmente scelto la riservatezza su indicazione delle autorità italiane, per non ostacolare i delicati canali diplomatici: una scelta difficile ma necessaria, che ha rispettato finché possibile. Quando però il silenzio ha iniziato a pesare troppo, ha deciso di parlare, convinta che porre pubblicamente l’attenzione sul caso di Alberto potesse aiutare a proteggerlo.

Da quel momento in poi, ha preso parte a conferenze stampa, manifestazioni, interviste in TV e incontri pubblici, prendendo la parola anche in luoghi simbolici come Palazzo Marino a Milano, e aderendo a iniziative promosse da associazioni umanitarie che si battevano per la libertà di informazione e per i diritti umani. In ognuna di queste occasioni, Armanda ha raccontato la vicenda del figlio e il suo impegno nel campo umanitario, nonché la totale assenza di accuse formali a suo carico.

Alberto Trentini è stato arrestato mentre si recava in missione a Guasdualito, al confine con la Colombia, per conto dell’organizzazione non governativa Humanity & Inclusion. Da quel momento è stato rinchiuso nel carcere di El Rodeo I, noto per le condizioni disumane e per l’uso sistematico della violenza sui detenuti politici.

Armanda non si è limitata ai media. Ha scritto lettere e rivolto appelli diretti a figure istituzionali di primo piano: dalla premier Giorgia Meloni al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che l’ha contattata personalmente prima di Natale per esprimerle solidarietà e assicurarle che lo Stato non aveva dimenticato Alberto. Ha chiamato in causa anche Papa Leone XIV come possibile mediatore morale, e ha scritto direttamente al presidente venezuelano Nicolás Maduro grazie al canale aperto dall’ambasciatore Onu Alberto López.

Non ha esitato a criticare l’inerzia iniziale delle istituzioni, rivendicando il diritto di una madre di chiedere risposte. Durante l’evento organizzato a Palazzo Marino ha dichiarato: “In 12 mesi ho avuto tre telefonate dalla Premier Giorgia Meloni e ho avuto due incontri con Mantovano con cui c’è costante contatto. Per Alberto non si è fatto quello che era necessario e doveroso fare per la sua liberazione. Sono stata troppo paziente ed educata ma ora la mia pazienza è finita”.

 

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La detenzione di Alberto proseguiva intanto in un contesto drammatico. Le testimonianze di ex prigionieri hanno descritto celle di due metri per due, pavimenti coperti di feci, torture e guardie incappucciate. In più di un anno gli unici contatti tra Alberto e la famiglia sono stati tramite 3 brevi telefonate, di cui Armanda ha raccontato: “Non ci siamo detti molto perché eravamo troppo emozionati. Ci ha chiesto come sta papà e ci ha detto che il peggio era passato. Possiamo solo immaginare quale ‘peggio’ possa aver subito”.

Eppure Armanda si è aggrappata alle parole degli ex detenuti, che hanno riferito come Alberto fosse “molto forte”: una forza che veniva anche dall’essere figlio, dall’amore che lo aspettava a casa. “Eravamo abituati alle sue assenze, perché ogni nuovo progetto richiedeva la sua presenza lontano da casa, ma c’era sempre un contatto giornaliero. Ora in noi c’è un senso di frustrazione e angoscia, ma una speranza che non vogliamo spegnere”, ha raccontato. Nella sua lettera a Maduro, Armanda ha spiegato che Alberto era andato in Venezuela per portare aiuto al popolo venezuelano, e che Alberto è il loro unico figlio, la ragione della loro vita.

La liberazione è arrivata nella nottata di ieri, dopo la caduta di Maduro e la decisione presa dalla presidente venezuelana Delcy Rodriguez a seguito di un mirato lavoro diplomatico dell’Italia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto sapere che Alberto e un altro detenuto italiano, l’imprenditore torinese Mario Burlò, sono stati portati nella sede dell’ambasciata italiana a Caracas in buone condizioni, in attesa di essere riportati in Italia.

Il riconoscimento del suo impegno civile non si è fatto attendere. Famiglia Cristiana ha scelto Armanda Colusso tra le Donne dell’Anno 2025, riconoscendo in lei la forza delle madri e la dignità silenziosa di chi non smette di credere nella vita e nella giustizia. Una madre che ha trasformato un dolore privato in una responsabilità pubblica, tenendo accesa una luce mentre tutto intorno rischiava di spegnersi, e ricordando a tutti che davanti all’ingiustizia restare in silenzio non è mai innocente.

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