Nelle scorse ore, operai su un elevatore aereo hanno fissato alla facciata del Robert F. Kennedy Department of Justice Building, nel cuore di Washington, un enorme striscione blu con il ritratto in bianco e nero del presidente Donald Trump. Sotto l’immagine campeggia la scritta “Make America Safe Again”, lo slogan che l’amministrazione utilizza per promuovere la sua politica sull’immigrazione irregolare e sulla criminalità violenta. Il costo dell’operazione? Secondo le prime ricostruzioni, circa 16.400 dollari, la stessa cifra impiegata per gli striscioni analoghi già appesi al Dipartimento del Lavoro e a quello dell’Agricoltura.
Quello striscione è stato installato prima che scoppiasse la nuova crisi istituzionale tra la Casa Bianca e il potere giudiziario. Ma alla luce di quanto accaduto nelle ultime 48 ore, la sua presenza sulla facciata del Dipartimento di Giustizia assume un peso simbolico che va ben oltre la propaganda ordinaria.
Il 20 febbraio 2026, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza destinata a restare negli annali: con sei giudici favorevoli e tre contrari, e tra i favorevoli anche due nominati da Trump stesso durante il suo primo mandato, l’Alta corte ha dichiarato illegali i maxi-dazi imposti dal presidente a partire dal 2 aprile 2025, il cosiddetto “Giorno della liberazione”. Secondo i giudici, Trump aveva scavalcato il Congresso facendo ricorso all’International Emergency Economic Powers Act del 1977, una legge pensata per situazioni di emergenza straordinaria, mai concepita per ridisegnare i rapporti commerciali con oltre cento Paesi del mondo. La Costituzione, hanno ribadito i giudici, attribuisce solo al Congresso il potere di imporre tariffe in tempo di pace.

La risposta di Trump non si è fatta attendere. Il presidente ha definito la sentenza “profondamente deludente” e “influenzata da interessi stranieri”, ha dichiarato di vergognarsi “di alcuni membri della Corte” e li ha accusati di essere “antipatriottici e sleali alla Costituzione”. Il giorno successivo ha annunciato nuovi dazi globali, prima al 10%, poi alzati al 15%, questa volta facendo leva su una diversa base legale: la sezione 122 del Trade Act del 1974, che però permette tariffe valide al massimo 150 giorni senza approvazione parlamentare. In altre parole, una mossa considerata da molti giuristi l’ennesimo tentativo di aggirare il confine che i giudici hanno appena ridisegnato.
È in questo quadro che lo striscione sul Dipartimento di Giustizia acquista un significato nuovo: è il simbolo visivo di un presidente che rivendica il controllo sull’istituzione che dovrebbe essere la prima a resistere alle sue pressioni, proprio mentre ingaggia uno scontro aperto con la magistratura più alta del Paese. Quegli 133 miliardi di dollari di dazi che la Corte ha ora dichiarato illegali, e che gli importatori potrebbero presto reclamare indietro, pesano come un macigno anche sul Dipartimento di Giustizia, che dovrà gestire la valanga di contenziosi che quasi certamente seguirà.
Dal maggio 2025, grandi ritratti di Trump, ciascuno abbinato a uno slogan tematico, hanno fatto la loro comparsa su diversi edifici federali della capitale americana. Sul Dipartimento dell’Agricoltura campeggiava “Growing America”, affiancato dall’immagine di Abraham Lincoln; sul Dipartimento del Lavoro, “American Workers First”. Ma il caso del Dipartimento di Giustizia, noto anche come DOJ, ha un significato diverso, e la scelta è stata accolta con ben più di un sopracciglio alzato.
Il DOJ non è un ministero come gli altri. Storicamente, dopo lo scandalo Watergate che nel 1974 costrinse Richard Nixon alle dimissioni, si è consolidata una norma non scritta ma solidamente rispettata da entrambi i partiti: il Dipartimento di Giustizia deve mantenere una distanza di sicurezza dalla Casa Bianca, in modo da svolgere le proprie funzioni investigative e giudiziarie al riparo da pressioni politiche. Quella stessa istituzione, va ricordato, aveva avviato due procedimenti penali contro Trump uno per la gestione di documenti classificati a Mar-a-Lago, l’altro per il suo presunto ruolo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Entrambi i casi furono abbandonati dopo la sua rielezione nel novembre 2024.
Oggi il DOJ è guidato da Pam Bondi, Attorney General nominata da Trump e considerata una delle sue più fedeli alleate. Il comunicato ufficiale del dipartimento non ha lasciato spazio a interpretazioni: l’istituzione è “orgogliosa” di lavorare “a celebrare i 250 anni del Paese e a fare l’America di nuovo sicura, sotto la direzione del presidente Trump.” Quella frase “sotto la direzione del presidente Trump” ha fatto più rumore dello striscione stesso.
