Per la prima volta in quasi quarant’anni, l’Iran si trova davvero sull’orlo di una transizione di potere che potrebbe ridefinire completamente gli equilibri mediorientali. La vecchiaia avanzata della Guida Suprema Ali Khamenei, gli attacchi israeliani alle infrastrutture militari e nucleari iraniane e l’intervento diretto degli Stati Uniti contro i siti atomici hanno messo a nudo la fragilità di un sistema che per decenni si è presentato come ideologicamente inflessibile e strategicamente invincibile.
Ma cosa significa esattamente il termine Ayatollah che da decenni identifica i leader della Repubblica islamica? Si tratta di un titolo derivato dall’arabo āyatu llāh, traducibile come “segno di Dio” o “riflesso di Dio”. Originariamente, questo titolo veniva conferito per acclamazione popolare o clericale solo a un numero ristretto di esponenti di massimo rango del clero sciita duodecimano, in particolare ai mujtahid più distinti, ovvero coloro che hanno l’autorità di interpretare le fonti della sharia nell’islam sciita.
L’uso del termine si è diffuso ampiamente nel XX secolo, ma ha subito una vera e propria “inflazione” dopo la rivoluzione iraniana del 1979, quando ha cominciato a essere utilizzato per qualsiasi mujtahid affermato. Nel 2015, l’espansione si è ulteriormente allargata fino a includere qualsiasi studente che avesse superato l’esame finale da mujtahid, portando a migliaia di Ayatollah. Il titolo più noto al mondo rimane quello di Ruhollah Khomeini, spesso chiamato semplicemente “l’Ayatollah”, che fondò l’attuale Repubblica islamica.
Dal 1979, il regime degli Ayatollah si è retto principalmente sul terrore. I primi a pagarne le conseguenze furono paradossalmente i socialisti e i comunisti iraniani, che con l’appoggio della sinistra occidentale si erano arruolati nella rivoluzione khomeinista vedendo nella fuga dello Scià filoamericano una grande vittoria della loro causa. Furono invece le prime vittime della teocrazia sciita: condannati a morte o torturati in prigione, con gli Ayatollah che fecero propri i metodi della polizia segreta del sovrano appena deposto.
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Seguirono le donne, a cui vennero imposte regole di vita molto più retrograde e opprimenti rispetto a quelle in vigore prima del 1979. Le università misero al bando la scienza occidentale, e ai giovani venne proibita la musica. Le minoranze etniche e sessuali, gli artisti e gli intellettuali furono a loro volta perseguitati, facendo scivolare il paese nel totalitarismo. La situazione non migliorò di certo con la morte di Khomeini: il suo successore Khamenei, nominato Guida Suprema (Rahbar) dal Consiglio degli Esperti del paese, accentrò su di sé ancora più potere, assumendo il controllo dell’esercito e di corpi d’élite come quello dei Pasdaran.
Il regime ha potuto durare per ben 47 anni, ma qualcosa sembra stia per cambiare. Le proteste interne, che in queste ore sono più accese e violente che mai, sono cresciute progressivamente almeno dal 2019, perché le avventure militari esterne promosse dagli Ayatollah non hanno fatto che impoverire la popolazione e rendere loro sempre meno sopportabile la corruzione dell’élite clericale.
La Repubblica islamica non gode più dello slancio ideologico dei suoi primi anni, il paese è economicamente al collasso e militarmente vulnerabile. Il divario tra la retorica rivoluzionaria e la realtà quotidiana è diventato troppo grande nel corso del tempo, con il risultato che la società iraniana si ritrova soffocata tra sanzioni, inflazione, blackout energetici, penuria d’acqua, censura digitale e repressione dei costumi. I simboli centrali della rivoluzione, come l’hijab obbligatorio, vengono ormai sfidati apertamente.
E adesso 92 milioni di iraniani, desiderosi semplicemente di libertà e dignità individuali dopo decenni di tirannia e isolamento, attendono di scoprire quale sarà il loro destino dopo quasi mezzo secolo di dominio degli Ayatollah. E il mondo osserva, consapevole che qualunque sia lo scenario che si realizzerà, avrà conseguenze profonde per l’intero Medio Oriente e oltre.



